di Redazione

Ci sono nomi che non stanno nei titoli, ma restano incisi nelle crepe della storia. Nomi che il rumore del potere prova a coprire, ma che tornano, ostinati, come un battito sotto la pelle del tempo. Massimo Ursino e gli altri indagati del 9 ottobre sono questo: uomini che non hanno chiesto il permesso per esistere, né per dissentire.

In un’epoca che pretende obbedienza travestita da responsabilità, hanno scelto il rischio. In un clima dove la verità si piega e si adatta, hanno deciso di restare dritti, anche quando farlo significava pagare un prezzo alto. Non santi, non eroi da cartolina: uomini. E proprio per questo più difficili da ignorare.

Attorno a loro si muove una giustizia che sembra aver smarrito il proprio baricentro, dove le prove si fanno fragili, i contorni si confondono, e ciò che dovrebbe essere luce diventa ombra. Una giustizia che non cerca più la verità, ma la costruisce, pezzo dopo pezzo, fino a farla coincidere con la propria necessità.

Eppure, c’è qualcosa che resiste. Una linea invisibile che separa chi si piega da chi resta in piedi. Ursino e gli altri stanno da quella parte scomoda, quella che non fa carriera, che non porta applausi facili, ma che lascia un segno.

Quello che segue non è solo un racconto. È una ferita aperta. È la voce di chi sostiene di aver visto troppo per tacere e pagato troppo per tornare indietro.

Ingiustizia è fatta. La lotta continua.

 

Dal 1997 una Forza invisibile che continua a chiamare tanti taliani alla battaglia per la Giustizia, ci ha indicati la via da percorrere. Ha trovato cuori coraggiosi che hanno saputo abbandonare il proprio tornaconto personale per darsi alla battaglia politica senza chiedere nulla, come chi si dona per un amore.
Mi sono trovato sin dall’inizio tra questi cavalieri di ventura coi quali abbiamo attraversato minacce, persecuzioni, attacchi fisici e lutti.

 

Quel 9 ottobre di qualche anno fa abbiamo risposto presente con lo stesso spirito interventista, mentre il potere ci costringeva in casa, ci obbligava al green pass per andare al lavoro, minacciava il nostro lavoro col placet dei sindacati.
Qualcosa si muoveva sotto traccia, il potere organizzava la grande repressione manovrando i suoi infiltrati; una manifestazione pacifica, trasversale, si tramuta nel caos, la polizia attacca i manifestanti, un blindato investe la folla, vengo tirato fuori da sotto al mezzo miracolosamente incolume. Alla CGIL ci sono infiltrati, aprono la porta dall’interno, si inscena una perturbazione dell’ordine democratico che non c’è. È la base per gli arresti e una serie di processi farsa.

 

  • Nonostante le prove falsificate
  • Nonostante l’infiltrato non identificato
  • Nonostante vengano “persi” i filmati presi da un agente nel corso dell’evento
  • Nonostante sia evidente dai filmati che nessuno degli imputati commetta nessuna violenza
  • Nonostante le recenti manifestazioni di Milano e Torino vengano trattate con reati minori, palesando una grave discriminazione per gli imputati del 9 ottobre

La Cassazione ieri sera ha confermato le condanne. Capiremo nei prossimi mesi come gestire la situazione ma al momento la lotta continua nei filoni processuali che vedono come imputati tutti gli altri.

 

Una cosa è certa: un potere che pretende la testa dei giusti sul piatto dell’iniquità troverà sempre gente disposta a vendere cara la pelle. Siamo e resteremo esempio per i nostri figli e per coloro (sempre pochi perché in una società che non educa al coraggio, la maggioranza ha sempre torto), che non si piegheranno mai ad un potere che ci vuole o tutti zitti o tutti in galera.
Del resto cosa può la corte di un tribunale contro chi è convinto che ogni forma di repressione e di patimento altro non sia che una forma sublimata di santità?

 

“Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,10)

 

Massimo Ursino

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