di Luigi Cortese

Non è ancora il tempo delle cifre ufficiali, dei timbri, delle conferenze stampa con i grafici alle spalle.

Ma la politica, quella vera, non aspetta i verbali: si muove prima, respira nell’aria.

E l’aria, stavolta, è chiara.

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma della giustizia si avvia verso una vittoria del “No”. I dati che circolano, le proiezioni, il racconto che emerge da più parti: tutto converge in una direzione precisa. Non è una valanga, ma è abbastanza. Abbastanza per far rumore.

E soprattutto, abbastanza per fare male.

Non era solo una riforma

Sulla carta era una questione tecnica: separazione delle carriere, riforma del CSM, nuovi equilibri nella magistratura.

Nella realtà, è diventata altro.

È diventata un giudizio.

Perché quando un governo mette la faccia su un referendum, quel voto smette di essere neutro. Diventa fiducia o sfiducia. Appoggio o distanza. E gli italiani, questa volta, sembrano aver scelto la seconda strada.

Non è una bocciatura travolgente, ma è netta quanto basta per segnare un confine.

Una campagna che ha allontanato più di quanto ha convinto

Se c’è un punto politico da cui non si può scappare, è questo:

questa sconfitta non nasce in una notte.

Si costruisce. Giorno dopo giorno.

La campagna referendaria dei partiti di governo è stata dura, spesso sopra le righe, concentrata più sullo scontro che sulla spiegazione. Più sulla contrapposizione con la magistratura che sulla sostanza della riforma.

E quando il linguaggio si irrigidisce, quando il tono diventa muscolare, succede qualcosa di semplice: chi è indeciso si allontana.

Non solo. A pesare sono state anche alcune uscite infelici che hanno alimentato polemiche e sospetti. Tra queste, ha fatto discutere il caso di un esponente di Fratelli d’Italia che, durante un incontro pubblico a sostegno del “Sì”, avrebbe evocato la necessità di utilizzare “tutti i metodi possibili” per portare voti, arrivando a citare anche pratiche clientelari.

Parole che, rilanciate online e riprese nel dibattito politico, hanno avuto l’effetto di una crepa in un vetro già sotto pressione.

Perché in un referendum, più che convincere i propri, bisogna rassicurare gli altri. E qui, quella rassicurazione è mancata.

Un segnale che va oltre il voto

Sia chiaro: un referendum non fa cadere un governo.

Non il giorno dopo, almeno.

Ma lo espone.

La leadership di Giorgia Meloni, finora costruita su una traiettoria di consenso solida, incontra qui il suo primo vero ostacolo politico. Non una crisi, ma un segnale. Di quelli che in politica contano più dei numeri.

Perché incrinano una narrazione: quella dell’inevitabilità.

Quando il “No” diventa messaggio

C’è una regola non scritta nei referendum:

quando gli elettori non sono convinti, votano “No”.

È il voto del dubbio, della prudenza, della distanza.

E stavolta il dubbio ha preso spazio. Si è infilato tra le pieghe di una campagna poco chiara, tra i toni troppo accesi, tra le parole sbagliate al momento sbagliato.

Il risultato — se sarà confermato — non è solo una riforma respinta.

È un messaggio.

Un messaggio che non urla, ma resta.

Che non travolge, ma scava.

E che, da oggi, pesa sulle scelte del governo come una domanda aperta:

quanto è ancora saldo quel consenso che sembrava indiscutibile?

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