di Luigi Cortese

Il referendum è finito.
E il verdetto è chiaro: ha vinto il “No”, con oltre il 53% dei voti.

Una bocciatura politica per il governo di Giorgia Meloni.
Ma a colpire davvero non è solo il risultato.

Sono le immagini.

Napoli, Milano: magistrati che brindano, cantano “Bella Ciao”, si abbracciano. Dentro i tribunali, non fuori. Una vittoria vissuta con partecipazione piena, quasi militante.


L’ANM al centro della partita

In questo scenario, l’Associazione Nazionale Magistrati non è uno spettatore.
È protagonista.

La riforma riguardava direttamente la magistratura.
La magistratura si è esposta.
E oggi festeggia.

È qui che il dato politico diventa più profondo del semplice risultato elettorale.


Gratteri: “No al metodo, non alle riforme”

A riportare il discorso su un piano più istituzionale prova Nicola Gratteri.

Secondo quanto dichiarato all’ANSA, il “No” non è un rifiuto del cambiamento, ma “di un metodo”. E aggiunge un passaggio chiave: “la giustizia ha bisogno di riforme serie”.

Un tentativo chiaro di distinguere tra merito e scontro politico.
Tra critica tecnica e opposizione ideologica.


Il punto che resta

Eppure, proprio qui si apre la frattura.

Perché se il voto è stato davvero “nel merito”, allora quelle scene — i cori, i brindisi, gli slogan — raccontano altro. Raccontano una partecipazione emotiva, politica, identitaria.

Ed è questo che pesa.

Non il diritto di avere un’opinione, ma il modo in cui quell’opinione si manifesta quando arriva da chi, per ruolo, dovrebbe restare sopra la linea.


Una vittoria che lascia un dubbio

Il referendum si chiude con una riforma fermata.
E con una magistratura che esulta.

Due fatti. Entrambi veri.

Ma messi insieme aprono una domanda che non si può ignorare:
se anche il “merito” finisce per essere celebrato come una vittoria politica, quanto è sottile oggi il confine tra giustizia e posizione?

Il “No” ha vinto.
Ma il segnale più forte, forse, è un altro.

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