di Luigi Cortese
C’è un momento, in politica, in cui l’aria cambia. Non lo vedi subito, ma lo senti: diventa più pesante, più elettrica. E quando succede, qualcuno comincia a cadere.
Le dimissioni di Andrea Delmastro Delle Vedove e di Giusi Bartolozzi non sono solo due nomi che escono da un organigramma. Sono un segnale politico chiaro, quasi brutale. Non importa quanto uno si dichiari innocente, non importa quanto provi a resistere: quando la pressione sale, prima o poi qualcosa cede.
Delmastro ha parlato di una “leggerezza”, una parola che, in un contesto in cui si è arrivati perfino a evocare la mafia, finisce per pesare più di una condanna. Perché suona così: “non è reato, ma è troppo”. E quando la fiducia si incrina, il resto viene da sé. Attorno a lui si muove un sistema di relazioni e contatti che ha finito per lambire anche altri nomi, come quello di Elena Chiorino, rimasta dentro il perimetro politico e mediatico della vicenda. Non è una sentenza, è un riflesso: quando la tempesta arriva, bagna tutti.
Bartolozzi, invece, è stata travolta da un clima ormai irrespirabile. Dichiarazioni, tensioni, indagini: tutto insieme. Due pilastri del sistema costruito attorno a Carlo Nordio che cadono nello stesso momento. Non è casualità. È arretramento.
E poi c’è il fattore che cambia tutto: il Referendum costituzionale in Italia del 2026. Una sconfitta che pesa. Una sconfitta che costringe. Quelle dimissioni arrivano dopo il voto, non prima. E questo le rende ancora più chiare: non sono state scelte, sono state imposte dalla realtà.
Ma il passaggio decisivo è un altro. È quando Giorgia Meloni smette di coprire e comincia a indicare.
In una nota ufficiale, la premier ha espresso “apprezzamento” per le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, ma soprattutto ha fatto un passo in più: ha dichiarato di “auspicare che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa” da Daniela Santanchè .
Tradotto dal linguaggio istituzionale: il messaggio è arrivato, forte e chiaro.
Non è più una difesa. È un invito. E in politica, quando il capo “auspica”, significa che il tempo è quasi scaduto.
Nordio resta, ma il suo perimetro si restringe. Il governo resta, ma cambia fase. Perché da oggi esiste un precedente: si può cadere, si può lasciare, si può essere accompagnati all’uscita.
E allora la domanda diventa inevitabile.
Se la linea è quella della “sensibilità istituzionale”, se il metro è stato fissato così in alto, se il segnale è stato dato pubblicamente, può davvero Santanchè restare dov’è?
Il punto non è giudiziario. È politico. È equilibrio. È sopravvivenza.
Perché il potere, quando comincia a perdere pezzi, non si ferma mai al primo. Va avanti. Sempre.
E allora la scena è questa: il domino è partito, le tessere hanno iniziato a cadere, e il rumore — se ascolti bene — non si è ancora fermato.
Una precisazione necessaria: in uno Stato di diritto vale un principio che non ammette eccezioni, quello della presunzione di innocenza fino a prova contraria. Il sottoscritto non accusa nessuno: racconta i fatti, osserva il contesto, fa cronaca. Il giudizio, quello vero, spetta ad altri. Sempre.





Le leggi le fa il Parlamento, non i Giudici.
I seggi del Parlamento sono calcolati con legge ordinaria Mattarealla 1993, contro quanto previsto dagli artt 56+57 Cost, senza modifica ex-ante con procedura art 138 Cost.
Ergo, I Parlamenti dal 1993 in poi sono tutti illegittimi (incostituzionali per procedura e calcolo diersi – premio, sbarramento, liste bloccate) – da quanto previsto da Artt 56+57 Cost. i quali non sono stati modificati ex-ante il varo della legge illegale di Mattarella 1993.
Per la felicità del Piano di Rinascita Democratica della Massoneria legata alla P2 e a Licio Gelli.
E di conseguenza TUTTI GLI ATTI E DECISIONI E NOMINE CONSEGUENTI SONO NULLI.
Perfino l’abbandono della Lira moneta sovrana per una moneta su cui non abbiamo alcun controllo (EURO) è NULLO.
Manca solo sottomettere la Magistratura, per completare il Golpe bianco, avviato con la legge Mattarella 1993 e in abuona parte già all’opera, dal 1993.
(se siete veri giornalisti, verificate voi stessi, visto che non credo abbiate mia letto, figuriamoci se addirittura conpreso, la Costituzione e il suo spirito fondante, la sua essenza)
I Magistrati applicano le leggi del Parlamento, pena rispondere civilmente alla loro resposabilità in caso di errore giudiziario (già previsto dalle leggi vigenti), ma ovvio non fa comodo spiegare tutto ciò alla massa, poco attenta ai comportamenti del potere, il quale naturalmente se ne approfitta, con l’aiuto dei media mainstream che direttamente o indirettamente controllano.
Grazie.
Guarda, qui si fa confusione tra opinioni politiche e diritto costituzionale reale.
Intanto una cosa va chiarita subito: dire che tutti i Parlamenti dal 1993 sarebbero “illegittimi” è una tesi che non esiste in nessuna sentenza, né della Corte Costituzionale né di altri organi giurisdizionali. È una posizione personale, non un fatto giuridico.
Sulle leggi elettorali: è vero che alcune sono state dichiarate parzialmente incostituzionali (come il Porcellum nel 2014), ma la stessa Corte ha stabilito un principio fondamentale:
➡️ gli organi eletti restano validi e legittimi, per garantire la continuità dello Stato.
Altrimenti salterebbe tutto: leggi, governi, trattati. Non funziona così uno Stato di diritto.
Sugli articoli 56 e 57 della Costituzione: non fissano un sistema elettorale rigido. Stabiliscono numero e base rappresentativa, ma la legge elettorale è sempre stata materia di legge ordinaria, cambiata più volte nella storia repubblicana. Non serve ogni volta una revisione costituzionale ex art. 138.
Tirare in ballo il “golpe bianco” o la P2 può avere un senso politico o storico, ma non è una prova giuridica. Senza atti, sentenze o riscontri concreti, resta una lettura ideologica.
Sull’euro: l’ingresso nella moneta unica è avvenuto tramite trattati internazionali ratificati dal Parlamento, quindi pienamente validi nell’ordinamento italiano. Anche qui: puoi essere contrario politicamente, ma non è nullo giuridicamente.
Infine, sui magistrati:
➡️ è vero che applicano le leggi, ma è altrettanto vero che possono sollevare questioni di costituzionalità.
Non sono esecutori ciechi, ma parte di un equilibrio tra poteri.
Il punto è semplice:
criticare il sistema è legittimo, ma dire che è tutto “nullo” non è diritto, è una posizione politica estrema senza fondamento nelle istituzioni.
Poi si può discutere di tutto, anche duramente. Ma partendo dai fatti, non da una demolizione totale che nessun organo dello Stato ha mai riconosciuto.