di Redazione (riceviamo e pubblichiamo)
Roberto Fiore ha presentato oggi nell’udienza di fronte alla Corte di Assise di Napoli, attraverso i suoi avvocati, Vincenzo Di Nanna e Pablo De Luca, istanza di trasferimento del processo in altra sede (ai sensi dell’art. 45 del c.p.p.).
L’istanza è stata presentata in seguito agli ormai famosi episodi dei “festeggiamenti” di alcuni giudici di Napoli, tra cui il pm delle indagini preliminari, Ardituro, che, all’indomani della vittoria del NO al referendum sulla Giustizia, hanno brindato cantando in tribunale la canzone con l’evidente coloritura politica “Bella Ciao”.
Gli avvocati scrivono: “Dispiace dover precisare che l’attività giurisdizionale non dovrebbe essere caratterizzata da alcuna passione ma dall’imparziale , serene ed equilibrata applicazione della legge. Le passioni, soprattutto se politiche, dovrebbero restare fuori dalla porta dei tribunali”.
Continuano poi i legali: “Non stupisce dunque e ben si comprende il legittimo e fondato timore che nutre l’imputato Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova, il quale, per coloro che hanno ritenuto di poter intonare in un’aula di Tribunale una canzone divenuta simbolo dell’antifascismo ben potrebbe quindi essere considerato un avversario politico”.
Tutto questo in un processo in cui è evidente la forzatura di aggiungere nella protesta di Napoli del 23 ottobre Forza Nuova e Roberto Fiore, colpevole solo di aver scritto un tweet, a maggior ragione in quanto segretario politico, in favore della manifestazione: le risultanze delle indagini stridono fortemente, infatti, persino con quelle dei carabinieri che non riscontrarono nessuna presenza o funzione di forzanovisti o di Fiore nella direzione degli incidenti.
Alla luce di quanto sopra, il 20 maggio la decisione della Corte di sospendere o meno il processo, in attesa che gli atti vengano inviati e che la Cassazione si esprima sullo spostamento del procedimento in altra sede. In subordine, ex articolo 129 c.p., il giudice può riconoscere il proscioglimento immediato poiché l’imputato non ha commesso il fatto. La corte si troverà di fronte all’imbarazzante situazione di dover continuare o meno contro Fiore, che è stato condotto dal su nominato pm, protagonista dei balletti e canti di “Bella Ciao”, con il rischio di finire oltretutto in Corte d’Appello, il cui presidente era nella stessa citata manifestazione canora antifascista. Ma ciò che dovrebbe decidere per la fine di questo processo è la totale mancanza non di prove, non di indizi, ma di un ragionamento logico che possa portare alla colpevolezza dell’imputato forzanovista.





Qui non parliamo di azioni violente o criminali, personali o di gruppi, che vanno giudicate e condannate sempre, indipendentemente se abbiano o meno una matrice politica. Non parliamo di istigazione alla violenza, perché bisogna avere proprio uno sguardo e una mente obnubilati dal fumus persecutionis per vedere un incitamento alla violenza in un tweet che esprime “solidarietà al popolo napoletano, contro la dittatura sanitaria”. Non parliamo di reati di opinione, che comunque, ad avviso di chi scrive, dovrebbero essere aboliti perché incompatibili con la libertà di espressione. Qui parliamo, inutile girarci attorno, di un leader politico che è sotto processo perché è “fascista”, e perciò ogni pretesto è buono per trascinarlo in tribunale e magari, con sommo gaudio dei togati “bellaciaoisti”, sbatterlo in galera per un bel po’ di anni. Ma, anche a volersene bellamente fregare della vicenda personale di Roberto Fiore, qualunque persona che abbia un sia pur vago amore per la libertà non può ignorare la pericolosità di un’azione giudiziaria ispirata da una frase che, in certi ambienti, viene ripetuta come un mantra: “Il fascismo non è un’opinione, è un reato”; non può ignorarne la gravità, perché la stessa frase, pronunciata contro un regime dittatoriale da un perseguitato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, assume un valore esattamente opposto se utilizzata da un magistrato, facente parte di un ordinamento che si vanta di essere liberale e democratico, per criminalizzare un nemico politico.