Riceviamo e pubblichiamo la nota dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia.
Ancora una volta le autorità diplomatiche italiane hanno preso una cantonata, convocandomi al Ministero degli Affari Esteri italiano per avanzare proteste in relazione a presunti attacchi indirizzati da Mosca al Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni.
Innanzitutto, Giorgia Meloni è un Сapo di governo legittimo, sostenuto dal consenso popolare, guida il potere esecutivo italiano da quasi quattro anni e, per tutto questo tempo, nessun rappresentante delle autorità russe ha mai espresso giudizi offensivi nei confronti suoi o dell’Italia. A differenza di alcuni membri della leadership italiana che, talvolta, si permettono commenti e paragoni estremamente ostili nei confronti sia dei vertici russi, sia della Federazione Russa in generale.
Il pretesto della convocazione al Ministero (le parole di un noto giornalista russo, peraltro assai capace e popolare, pronunciate sul suo canale online privato) difficilmente può rientrare nella prassi diplomatica generalmente condivisa. A nessuna persona ragionevole verrebbe mai in mente d’interpretare valutazioni personali, emotive e private di chicchessia come se fossero dichiarazioni ufficiali del governo di uno Stato. Tanto meno si dovrebbero attribuire alla leadership russa e all’intero popolo russo le opzioni lessicali e di registro utilizzate da un giornalista. Da parte sua, la Russia non ha mai sfruttato le dichiarazioni sulla Russia e la sua leadership, fatte da conduttori televisivi, blogger, giornalisti e artisti italiani, come pretesto per azioni diplomatiche o campagne diffamatorie anti-italiane.
A quanto pare, il tentativo di gonfiare quest’episodio fino a trasformarlo in uno scandalo internazionale e politico è il risultato dell’azione, all’interno del cosiddetto “stato profondo” italiano, di forze antirusse legate all’Ucraina. È evidente il tentativo di mettere i popoli della Russia e dell’Italia gli uni contro gli altri, d’indebolire i nostri contatti diplomatici, recando un ulteriore danno d’immagine alla Russia, forse per compensare i fallimenti in politica estera, tra cui la recente, poco riuscita visita di Zelensky a Roma. Infine, ma non di meno, si rileva un ulteriore tentativo di contenere il crescente numero di italiani favorevoli a una rapida normalizzazione delle relazioni bilaterali e al ripristino di una piena cooperazione economica e culturale tra Russia e Italia.





Trovo particolarmente significativo l’ultimo paragrafo di questa nota, dove si fa riferimento allo “stato profondo italiano” e alla “recente, poco riuscita visita di Zelensky a Roma”. In realtà, l’incontro che si è tenuto la settimana scorsa a Palazzo Chigi tra la premier Meloni e lo scaduto presidente ucraino, ha sancito l’avvio di una collaborazione strategica tra l’Italia e l’Ucraina per la fabbricazione in comune di droni. Questo è un fatto, poco pubblicizzato ma molto importante, che rende impossibile continuare a credere alla versione edulcorata, propinataci dal governo, riguardo al nostro coinvolgimento nel conflitto russo-ucraino. Se, fino a ieri, eravamo quelli che alla Russia mettevano sanzioni su sanzioni (ma più per obblighi internazionali che per una scelta deliberata) e all’Ucraina davano soldi (tanti) e un po’ di vecchi arnesi bellici (sempre a scopo difensivo, naturalmente)… beh, allora, sia pur con una buona dose di ipocrisia, potevamo ancora recitare la parte dei sostenitori esterni, potevamo ancora fingere di essere quelli che si limitavano a tifare, da bordo campo, per la Dinamo Kiev. Oggi, però, con il via libera alla produzione congiunta di droni, questa finzione non regge più. E Mosca, con lo stile misurato e sobrio dell’ambasciatore Paramonov, ha avvertito Roma che non considera più l’Italia (chi la governa, non il suo popolo) come un attore terzo nel conflitto, ma come una parte belligerante a tutti gli effetti.
Mentre dalle prime pagine dei giornali si leva alto e unanime il grido di dolore e d’indignazione per il neologismo “puttaMeloni” con cui un giornalista russo ha avuto l’ardire di apostrofare la nostra premier, a nessuno sembra importare che una classe dirigente di idioti bellicisti tenti di trasformare il nostro Paese in una piattaforma avanzata della guerra dei droni contro la Russia. L’auspicio è che emerga quanto prima un’altra Italia che, consapevole di questo tentativo criminale e suicida, combatta a viso aperto per scongiurarlo.