di Luigi Cortese

In Campania le parole “bonifica” e “risanamento” hanno un sapore amaro, di polvere e promesse mancate. Le abbiamo sentite ripetere per decenni, quasi sempre seguite dal rumore sordo dei fatti che non arrivano. Oggi il copione si ripete con lo stanziamento di 60 milioni di euro per 15 siti tra Napoli, Caserta e Salerno: una notizia che la politica presenta come una svolta storica e uno “sprint” del PNRR, ma che per chi vive all’ombra dei roghi tossici sa di beffa. In una terra dove la salute è stata svenduta al miglior offerente, questi fondi appaiono come un’elemosina, un investimento povero che rischia di ignorare la reale entità di una bomba ecologica che richiederebbe miliardi, non briciole.

Sessanta milioni. Se proviamo a dividerli per i quindici siti individuati, restano le briciole: circa 4 milioni a cantiere. Chiunque conosca il dramma della Terra dei Fuochi sa che con quei soldi, oggi, a malapena si recinta un’area e si fa qualche analisi superficiale. Bonificare davvero significa scavare, rimuovere i fusti di veleno interrati dalla camorra, ripulire le falde acquifere che dissetano le nostre campagne. È un lavoro titanico, un debito d’onore che lo Stato ha verso queste comunità. Presentare questo stanziamento come la soluzione definitiva è profondamente ingiusto nei confronti di chi respira quell’aria ogni giorno e si chiede quanto valga davvero la propria vita agli occhi del Governo.

Mentre Vincenzo Santangelo, Presidente della Commissione Anticamorra e Bonifiche, celebra l’attenzione della premier Meloni e annuncia vigilanza contro le ecomafie, nelle strade di provincia la realtà è un’altra. La Terra dei Fuochi non è un freddo “sito contaminato” da gestire in un ufficio: è un insieme di madri che hanno visto ammalarsi i propri figli, di agricoltori che hanno visto morire i propri campi, di cittadini che si sentono figli di un dio minore. Ogni giorno di ritardo, ogni euro risparmiato sulla pelle della gente, è un tradimento che non può essere mascherato dai ringraziamenti ai Ministri.

Il rischio concreto è che questi interventi diventino le solite “isole” di pulizia in un oceano di inquinamento che resta lì, invisibile sotto i piedi. Chiedere un incontro al Commissario Vadalà è un atto dovuto, ma la politica dovrebbe avere il coraggio di ammettere che per restituire dignità alla Campania serve un piano monumentale, non un intervento spot per far quadrare i conti. I cittadini non chiedono passerelle istituzionali, ma il diritto di poter aprire la finestra senza aver paura dell’odore di plastica bruciata. Finché non capiremo che stiamo parlando di persone e non di capitoli di spesa, le bonifiche rimarranno solo un miraggio in un faldone polveroso.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap