di Luigi Cortese
C’è una sensazione di déjà-vu che fa venire i brividi. Guardiamo le notizie e sembra di essere tornati indietro nel tempo: da una parte i titoli rassicuranti che dicono “non è il Covid, non preoccupatevi”, dall’altra la solita, frenetica corsa delle case farmaceutiche che promettono un vaccino pronto in cento giorni.
Cento giorni. Ma ci siamo chiesti a che prezzo stiamo correndo? La scienza è fatta di attesa, di prove, di fallimenti e di cautela. Correre contro il tempo per un virus che, a detta degli stessi governi, non dovrebbe spaventarci, somiglia meno a una missione di salvataggio e più a un’ossessione commerciale.
Mentre i laboratori spingono sull’acceleratore, la realtà però bussa alle porte dei nostri tribunali con un rumore che non possiamo più ignorare. Proprio in questi giorni, la Corte d’Appello di Torino ha messo nero su bianco una verità dolorosa: una donna di 57 anni ha subito danni irreversibili dopo la vaccinazione anti-Covid. Non sono supposizioni da “social network”, sono sentenze. Dietro quel fascicolo c’è una vita stravolta, una salute che non tornerà più e uno Stato condannato a pagare un indennizzo perché quella “fretta” ha presentato un conto altissimo.
Viene da chiedersi: come facciamo a ignorare questo dolore mentre già si preparano le siringhe per la prossima emergenza?
La salute pubblica non può essere un gioco d’azzardo dove il banco (le Big Pharma) vince sempre e i cittadini pagano le perdite sulla propria pelle. La vera scienza non è quella che corre più veloce, ma quella che si ferma quando vede un danno, che ascolta chi soffre e che mette la sicurezza delle persone davanti ai profitti in borsa.
Forse è arrivato il momento di respirare, fermarci e pretendere risposte. Perché una società che calpesta l’individuo in nome di una presunta emergenza costante, è una società che ha smesso di essere umana. Prima della velocità, per favore, ridateci la sicurezza. E soprattutto, ridateci il diritto di non avere paura di curarci.





C’è un motivo che spiega perché le multinazionali farmaceutiche hanno spostato la maggior parte dei loro interessi e dei loro investimenti nella produzione di vaccini piuttosto che di nuovi medicinali. Il problema, per i loro profitti, è che i farmaci vengono acquistati dalle persone per curarsi quando si ammalano, mentre i vaccini vengono assunti da persone sane a scopo puramente cautelare. E’ chiaro che delle persone normali, mediamente raziocinanti, si sottoporrebbero volontariamente alla vaccinazione solo se ci fosse una ragionevole probabilità di contrarre qualche seria malattia per la quale non esistono cure; non si vaccinerebbero certo come prassi di routine, tantomeno per patologie poco contagiose o a bassissimo tasso di letalità. Ma tutto cambia se entra in gioco la paura, sapientemente indotta e alimentata dai media e dalle istituzioni. Per spingere la gente a vaccinarsi in massa, o per spingere il governo a rendere obbligatori taluni vaccini, è dunque necessario che l’intera popolazione si senta gravemente minacciata, cosa che accade appunto quando imperversa un’epidemia. Così, nel 2002, una limitatissima epidemia come la SARS prese le prime pagine dei giornali creando un clima di terrore degno delle pestilenze del passato. Poi fu la volta dell’epidemia aviaria nel 2003 e della suina nel 2010, con notevoli esborsi di denaro pubblico per vaccini del tutto inutili. Per quanto riguarda l’Italia, gli agit-prop del vaccinismo assestarono un colpo da maestro nel 2017: a seguito di un aumento dei casi di morbillo, corroborato da una narrazione mediatica allarmistica e del tutto sproporzionata rispetto al pericolo in atto, venne introdotta la legge Lorenzin, che prevede l’obbligo di fare dieci vaccinazioni ai bambini per poterli mandare all’asilo e a scuola. Ma il bello, si fa per dire, doveva ancora arrivare. Ed ecco che verso la fine del 2019 fa la sua comparsa sul palcoscenico mondiale il Covid. Nel nostro Paese – dopo “zone rosse”, lockdown, mascherine all’aperto, distanziamento sociale ed “eroici” carabinieri che, usi obbedir tacendo e tacendo morir, si lanciano all’inseguimento di chi corre su una spiaggia deserta e interrompono una Messa durante la consacrazione – il vaccinismo evolve chiaramente in vaccinazismo: milioni di italiani, che rifiutano una terapia genica sperimentale, peraltro ottenuta utilizzando linee cellulari di feti vittime di aborto volontario, vengono discriminati dal governo Draghi mediante un provvedimento che ricorda le leggi razziali del 1938, interdicendo loro la frequentazione dei locali pubblici, della scuola, dell’università e da ultimo perfino del luogo di lavoro.
Oggi si parla di transumanesimo come di qualcosa che si vuol realizzare… ma di fatto è già stato realizzato. Quando una popolazione accetta di buon grado uno spietato totalitarismo sanitario, quando la gente si lascia inoculare un siero sperimentale che non immunizza – bastava leggere il bugiardino del Comirnaty – e i cui benefici sono tutti da verificare mentre le reazioni avverse sono numerose e documentate, quando i cittadini firmano una cambiale in bianco sulla propria salute e sulla salute dei propri figli più piccoli, questo vuol dire che siamo già in una società transumana, cioè in una società di individui che non pensano e non agiscono più come dei normali esseri umani, dotati di ragione e volontà proprie, ma come degli automi che ubbidiscono a regole stupide, elaborate da grandi criminali e applicate da piccoli farabutti.
Con i vaccini, o i sieri così denominati, le Big Pharma hanno trovato la gallina dalle uova d’oro. Ma non è solo una questione di denaro e di salute. Il fatto più importante è che con le pandemie – vere o presunte, naturali o dolosamente provocate – le tecnocrazie hanno trovato il mezzo per realizzare un mondo dominato dalla paura, dove sarà sempre più difficile muoversi, dove le restrizioni della libertà saranno maggiori e dove più capillare sarà il controllo delle menti e dei corpi dei cittadini… per garantir loro la sicurezza, ovviamente. E’ il concetto di “stato securitario”, un tipo di società ossessionata da grandi pericoli in nome dei quali cedere ogni diritto. Ma quello che sfugge a questi aspiranti dittatori è che in tanti abbiamo resistito cinque anni fa e siamo pronti a resistere ancora, tanti altri hanno capito dopo e non sono più disposti a farsi ingannare; e, in ogni caso, anche se tutti… noi no!