di Luigi Cortese [foto Vatican Media]
In un discorso storico alla Sapienza, il Pontefice mette in guardia dalla “dittatura della prestazione” e dall’uso bellico dell’IA, ricordando che l’essere umano eccede sempre ogni possibile statistica.
C’è un confine sottile, ma invalicabile, che separa una macchina da un essere umano. In un’aula magna della Sapienza gremita di studenti, docenti e giovani rifugiati, Papa Leone XIV ha tracciato questo confine con parole che risuonano come un manifesto di resistenza umanistica nell’era digitale.
“Noi siamo un desiderio, non un algoritmo”, ha esordito il Pontefice, scuotendo una platea abituata a confrontarsi quotidianamente con la fredda logica dei dati e dei risultati.
La dittatura della prestazione e il malessere giovanile
Il Papa si è rivolto direttamente agli studenti, toccando la ferita aperta del disagio psicologico che colpisce le nuove generazioni. In un sistema che spinge verso un’efficienza spietata, Leone XIV ha denunciato la riduzione della persona a puro dato numerico.
“Molti giovani oggi stanno male”, ha osservato con amarezza. “Sentono la pressione di un sistema distorto che riduce le persone a numeri, a prestazioni, a risultati immediati. Ma l’essere umano eccede sempre il calcolo. Non siamo profili da ottimizzare, ma cuori che cercano un senso che nessuna equazione potrà mai restituire.”
L’intelligenza artificiale e il limite dell’etica
Il cuore del discorso si è poi spostato sulle sfide tecnologiche, con un focus particolare sull’Intelligenza Artificiale. Se da un lato il Papa riconosce il valore del progresso, dall’altro pone un freno etico invalicabile, specialmente quando la tecnologia incontra la guerra.
“Non si può chiamare difesa ciò che aumenta tensioni e insicurezza”, ha dichiarato, riferendosi al crescente riarmo globale e all’uso dei sistemi d’arma autonomi. “La decisione sulla vita e sulla morte non può mai essere affidata a una macchina. Delegare la responsabilità morale a un codice binario significa rinunciare a ciò che ci rende umani.”
Per Leone XIV, la tecnologia deve restare uno strumento: un mezzo per servire la pace e non un fine che giustifica la cancellazione della coscienza critica.
Il diritto allo studio come ponte di pace
Il contesto del discorso ha reso queste parole ancora più tangibili. La visita del Papa è avvenuta infatti in occasione dell’attivazione dei corridoi umanitari universitari, che hanno permesso a studenti provenienti dalla Striscia di Gaza di riprendere i libri laddove le bombe avevano imposto il silenzio.
L’Università, per il Pontefice, deve tornare a essere il “tempo dei grandi incontri”, uno spazio protetto dove la complessità del pensiero sconfigge la polarizzazione digitale. “L’accoglienza di questi giovani è la prova che la conoscenza è l’unico vero antidoto alla distruzione”, ha aggiunto, sottolineando come il diritto allo studio sia indissolubilmente legato alla dignità umana.
Conclusione: riprendersi il diritto di sognare
L’appello finale di Papa Leone XIV è stato un invito alla ribellione contro la semplificazione. In un mondo che vorrebbe prevedere ogni nostra mossa tramite algoritmi predittivi, il Papa esorta a rivendicare l’imprevedibilità del desiderio.
“Restate padroni dei vostri sogni”, ha concluso il Pontefice tra gli applausi. “Perché il desiderio è quella spinta verso l’altro e verso l’infinito che nessuna intelligenza artificiale potrà mai simulare. Siamo fatti per l’incontro, non per il calcolo.”





“Noi siamo un desiderio, non un algoritmo”. Giusto, ma un desiderio di cosa? Se ci pensiamo, è stato un desiderio, il desiderio di auto-glorificazione e di auto-divinizzazione dell’uomo stesso, reso ebbro di orgoglio dalle sue scoperte scientifiche e dalle sue realizzazioni tecnologiche, che lo ha portato al paradosso di diventare prigioniero di quel progresso tecnico e scientifico che lui stesso ha prodotto; è stato il desiderio di renderci la vita più facile – confondendo la comodità con il bene – che ci ha indotti ad affidarci alle macchine, conferendo ad esse un potere smisurato su noi stessi, sulle nostre vite; è stato il desiderio di veder finalmente risolti tutti i nostri problemi che ci ha spinti ad accettare un modello sociale in cui conta solo “funzionare”, un sistema di meccanismi e progettualità che poco hanno di umano e sembrano piuttosto scaturiti dall’intelligenza artificiale di un calcolatore elettronico.
Rivolto ai giovani della Sapienza, Leone XIV ha anche detto: “C’è bisogno di tutta la vostra intelligenza e audacia”. Certo, ma dove conduce l’intelligenza quando si fa signora di se stessa, portatrice di una “saggezza” puramente ed esclusivamente umana, ribelle alla Verità e quindi ribelle a Dio, che è la Verità stessa?
Mi piacerebbe che questi concetti, impliciti nel discorso del Santo Padre, fossero espressi con maggiore chiarezza, pur sapendo che non troverebbero una buona accoglienza, ma anzi un’aperta ostilità, in chi si nutre dei sofismi della cultura contemporanea.