di Luigi Cortese
La lotta all’evasione fiscale è un obiettivo legittimo, ma lo Stato non può trasformarsi in un “Grande Fratello” tributario. Con la sentenza definitiva sui casi Ferrieri e Bonassisa c. Italia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha sferrato un colpo durissimo alla legislazione italiana, condannandola per una palese e sistematica violazione della privacy dei cittadini.
Al centro della bocciatura di Strasburgo c’è la cosiddetta “Super-Anagrafe” dei conti correnti. Questo strumento di controllo di massa era stato introdotto nel 2011 dal Governo tecnico di Mario Monti attraverso il Decreto-Legge n. 201 (il famoso decreto “Salva Italia”). La norma obbligava le banche a trasmettere al Fisco saldi e liste movimenti di chiunque, offrendo all’amministrazione finanziaria una delega in bianco per spiare la vita economica privata dei contribuenti senza il filtro, la garanzia o l’autorizzazione di un giudice indipendente.
Secondo la CEDU, questo meccanismo viola apertamente l’Articolo 8 della Convenzione Europea, che tutela il diritto al rispetto della vita privata. I giudici hanno parlato di una “violazione strutturale e sistemica”: l’Italia concede al Fisco un potere d’accesso illimitato e privo di tutele preventive, lasciando il cittadino in uno stato di totale impotenza di fronte all’intrusione informatica nei propri risparmi.
Ora l’Italia non potrà cavarsela con una semplice sanzione, ma sarà obbligata per legge a cambiare rotta, introducendo criteri restrittivi, l’obbligo di motivazioni reali e il diritto per il contribuente di opporsi tempestivamente ai controlli a tappeto.
La palla passa inevitabilmente alla politica nazionale. Cosa farà adesso il Governo Meloni? Da un lato, l’esecutivo si trova davanti all’obbligo tassativo di adeguarsi ai paletti europei a tutela della riservatezza; dall’altro, deve bilanciare questa riforma con la necessità di non depotenziare gli strumenti di contrasto all’evasione fiscale. Sceglierà di cogliere l’occasione per smantellare un impianto da sempre criticato dal centrodestra come “fisco oppressivo”, o cercherà una via di mezzo per non svuotare le casse dello Stato?





Che al governo ci siano i “sinistri”, per i quali le tasse sono bellissime, o che ci siano i “patrioti”, che in campagna elettorale cianciano di flat tax, il paradigma a cui si rifà lo Stato italiano quando c’è da batter cassa è sempre lo stesso: espandere il proprio potere di controllo e di esazione sui cittadini, e chiunque avanzi dei dubbi o tenti di porre un limite a tale espansione viene immancabilmente bollato come difensore dell’evasione fiscale, ostacolo all’efficacia repressiva dello Stato, nemico del bene comune e chi più ne ha più ne metta. La privacy? E che ti frega se qualcuno ficca il naso nel tuo conto in banca? Hai forse qualcosa da nascondere? Così nasce nel 2011 la superanagrafe dei conti correnti, cioè il database dell’Agenzia delle Entrate che raccoglie in tempo reale tutti i dati bancari degli italiani. Otto anni dopo arriva pure il risparmiometro, ossia il software che incrocia i dati della superanagrafe con le dichiarazioni dei redditi. In pratica, la cosa funziona così: se il risparmiometro presume che abbiamo risparmiato “troppo” rispetto al reddito dichiarato, siamo degli evasori. Fino a prova contraria, certo. Ma la prova contraria dobbiamo fornirla noi, in un processo ad armi impari, esibendo tutta la documentazione necessaria a fronteggiare le accuse dell’algoritmo. Tutto questo naturalmente vale per i comuni mortali, non per i conglomerati finanziari né per le multinazionali: a chi può permettersi uno squadrone di commercialisti e avvocati tributaristi l’Unione Europea mette a disposizione mille espedienti per eludere il fisco a norma di legge.