di Luigi Cortese
La data sul calendario è cerchiata in rosso: 1° luglio. Quel giorno, sul prato della cittadina svizzera di Écône, la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) procederà alla consacrazione di quattro nuovi vescovi. Per i media e per i palazzi vaticani si tratta dell’annuncio di uno “scisma imminente”, dell’ennesimo atto di disobbedienza a Papa Leone XIV. Ma per il popolo della Tradizione, la prospettiva è ribaltata: non si tratta di una ribellione, ma di un drammatico e necessario “stato di necessità” per garantire la sopravvivenza del sacerdozio cattolico e della vera fede.
Mentre Roma minaccia la massima sanzione – la scomunica latae sententiae –, a Écône si respira l’aria di chi sa di dover compiere una missione storica, costi quel che costi, proprio come fece il fondatore, l’arcivescovo Marcel Lefebvre, nel lontano 1988.
Le ragioni di Écône: difendere il tesoro della Tradizione
Per capire la fermezza della Fraternità San Pio X di fronte alle diffide di Leone XIV, bisogna comprendere il loro punto di vista. I lefebvriani non si considerano affatto fuori dalla Chiesa, ma piuttosto gli ultimi custodi della sua identità millenaria, messa a dura prova dalle riforme seguite al Concilio Vaticano II.
Al centro della loro resistenza ci sono punti non negoziabili:
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La Messa di sempre: Il rifiuto del messale moderno a favore della Messa in latino (il rito tridentino), considerata l’unica espressione teologica pura del sacrificio di Cristo, non contaminata da influssi protestanti.
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Il no al modernismo: La critica serrata a concetti come l’ecumenismo esasperato e la libertà religiosa, visti come un cedimento dello spirito cattolico alla mentalità del mondo moderno.
Il dialogo avviato mesi fa con il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dal Cardinale Víctor Manuel Fernández, non poteva che fallire. Roma chiedeva la sottomissione dottrinale ai testi conciliari; la Fraternità chiedeva invece la libertà di denunciare quelli che considera errori teologici che stanno svuotando le chiese in tutto l’Occidente. Di fronte all’aut-aut della Curia, guidata da Don Davide Pagliarani la FSSPX ha scelto la coerenza: una lettera aperta a Leone XIV, in cui però si rigetta l’uso del diritto canonico come un’arma per soffocare la Tradizione.
Il rimpianto di Benedetto XVI: quando Roma sapeva ascoltare
L’attuale muro contro muro mette in luce, per contrasto, la straordinaria lucidità e sensibilità che ebbe Papa Benedetto XVI. Joseph Ratzinger, da teologo raffinato, aveva capito che il grido d’aiuto del mondo tradizionalista non poteva essere liquidato come un capriccio nostalgico o una ribellione burocratica.
Benedetto XVI scelse la strada della “diplomazia del cuore” e del rispetto:
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Il riconoscimento del rito antico: Con il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), Ratzinger mise nero su bianco che la Messa in latino non era mai stata abrogata, restituendole piena cittadinanza e dignità.
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Il ritiro delle scomuniche: Nel 2009, con un gesto di grande coraggio paterno, cancellò le scomuniche ai vescovi consacrati da Lefebvre, liberando i fedeli tradizionalisti da un peso enorme e ingiusto.
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I colloqui paritari: Accettò un confronto teologico serio, non basato su diktat ma sullo studio dei testi, nel tentativo di dimostrare che la Tradizione della Chiesa non si era interrotta.
Quell’era di distensione e rispetto reciproco sembra oggi un ricordo lontano. La Fraternità riconosce a Benedetto XVI il merito di aver compreso il valore profondo del loro attaccamento al passato, un approccio dialogante che oggi, sotto il pontificato di Leone XIV, appare raffreddato da una linea di più rigida fermezza istituzionale.
Oltre le minacce: il conto alla rovescia per la sopravvivenza
A Écône il tempo stringe. Sul web, la Fraternità ha persino lanciato un conto alla rovescia che scandisce i giorni mancanti al 1° luglio. Non è una sfida arrogante, ma la rivendicazione di un diritto: quello di provvedere alla continuità dei propri pastori per non lasciare milioni di fedeli in tutto il mondo senza sacramenti e senza la certezza della dottrina cattolica di sempre.
Mentre alcune figure cercano mediazioni dell’ultima ora per spingere Leone XIV a concedere un mandato formale “di sanatoria”, la Fraternità San Pio X tira dritto. Se il Vaticano sceglierà la via della condanna e della rottura formale, Écône risponderà come ha sempre fatto: continuando a celebrare la Messa di sempre, a ordinare sacerdoti e a custodire quella fiamma che ritiene spenta altrove. Più che uno scisma da Roma, per i lefebvriani questa è la dolorosa, ma necessaria, resistenza per la sopravvivenza della Fede.





Esposizione corretta della posizione dei lefebvriani. Bisogna però chiedersi se tale posizione sia giusta…
Nell’articolo leggiamo: “… non si tratta di una ribellione, ma di un drammatico e necessario ‘stato di necessità’ per garantire la sopravvivenza del sacerdozio cattolico e della vera fede”. Ora, per la Chiesa cattolica, lo “stato di necessità” scaturisce da un impedimento oggettivo, come può essere l’impossibilità di comunicare col Papa da parte di quei fedeli che vivono sotto un ferreo regime dittatoriale, ma non può essere invocato da un gruppo particolare quando tale impedimento non sussiste, e tantomeno può essere proclamato per giustificare un’azione contraria al volere espresso del Romano Pontefice. Invece, pare che per i lefebvriani, lo “stato di necessità” si basi su un assunto implicito: a causa della deriva spirituale e liturgica dell’istituzione cattolica odierna, la custodia della vera fede e dei mezzi di salvezza sopravvivono unicamente nella Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ma questo significa ridurre la Chiesa universale a un’istituzione svuotata della grazia e della retta fede, e perciò negare la promessa di Cristo di assisterla per sempre.
Più avanti troviamo scritto: “I lefebvriani non si considerano affatto fuori dalla Chiesa, ma piuttosto gli ultimi custodi della sua identità millenaria, messa a dura prova dalle riforme del Concilio Vaticano II”. In pratica, i lefebvriani ritengono che da sessant’anni – l’ultimo Concilio è terminato l’8 dicembre 1965 – la Chiesa ufficiale abbia abdicato, sia in errore o, nel migliore dei casi, si sia presa una lunga vacanza e che ad essi sia stato affidato il compito – da chi? – di supplire alle presunte mancanze della Chiesa stessa. Che questa sorta di ecclesiologia della supplenza sia del tutto estranea alla Tradizione cattolica non sembra impensierirli più di tanto.
Veniamo ai punti non negoziabili per la Fraternità: la Messa di sempre e il no al modernismo. Diciamo subito che la Messa tridentina è ancora celebrata nella Chiesa cattolica ed esistono istituti in comunione con Roma che ne assicurano la trasmissione; quindi la sopravvivenza dell’antica liturgia non può essere addotta a motivo delle nuove consacrazioni. Per quanto attiene al modernismo, è vero che dal Concilio Vaticano II a oggi ci sono state notevoli – e assai discutibili – aperture alla modernità, ma sul piano teologico resta la condanna: la Chiesa rifiuta ogni riduzione della fede a semplice sentimento soggettivo, ogni negazione del valore oggettivo della Rivelazione e della Tradizione, ogni teoria volta a sminuire la figura di Gesù Cristo e il carattere soprannaturale dei dogmi.
Sul rapporto tra Benedetto XVI e la Fraternità, è vero che Joseph Ratzinger ebbe un atteggiamento molto più aperto e dialogante con il mondo tradizionalista rispetto al suo successore, ma sulla questione che è qui in discussione fu categorico: “Un’ordinazione episcopale priva di mandato pontificio comporta il pericolo di uno scisma, poiché mette a repentaglio l’unità del Collegio dei Vescovi con il Papa”; e aggiunse: “Per chiarire ancora una volta questo punto: fino a quando le questioni dottrinali non saranno chiarite, la Fraternità non ha alcuno status canonico nella Chiesa e i suoi ministri – anche se sono stati liberati dalla pena ecclesiastica – non esercitano legittimamente alcun ministero nella Chiesa”.
Quanto alle minacce che proverrebbero da Roma – scrive Cortese: “Mentre Roma minaccia la massima sanzione (la scomunica latae sententiae), ecc.” – è bene precisare che Roma non minaccia nessuno, ma è il diritto canonico che, al canone 1387, dice chiaramente: “Sia il vescovo che, senza mandato pontificio, sia colui che riceve da lui la consacrazione, incorrono nella scomunica latae sententiae (automatica, N.d.A.) riservata alla Sede Apostolica”.
Concludendo, la ragione alla base delle nuove consacrazioni non è la Messa in latino – da difendere – né il neomodernismo – da combattere-, ma è la pretesa della Fraternità Sacerdotale San Pio X di ergersi a giudice ultimo e infallibile su cosa costituisca la vera fede, è l’arrogarsi il diritto di salvaguardare da sola l’ortodossia cattolica e di ignorare il giudizio della Santa Sede, è l’attribuirsi un ruolo superiore al magistero della Chiesa… e questo è inaccettabile!