di Luigi Cortese
Facciamo un piccolo salto indietro nel tempo. È il 18 aprile del 1993. Quel giorno, più di trent’anni fa, l’82% degli italiani andò a votare in un referendum storico. C’era un quesito chiarissimo e la risposta fu un plebiscito: basta con il sistema proporzionale della Prima Repubblica, basta con i giochi di palazzo, i veti incrociati e i governi che duravano sei mesi. Volevamo il maggioritario. Volevamo decidere noi, chiaramente, chi doveva andare a governare, legando il voto a una faccia e a un nome sul territorio.
Oggi, nel 2026, la risposta della politica a quel voto e a quel milione di firme è l’ennesimo schiaffo in faccia.
La nuova legge elettorale che il governo Meloni sta accelerando per portare in Aula a fine giugno non solo non è maggioritaria, ma fa persino di peggio: riesce nel capolavoro di blindare ancora di più i partiti, togliendoci persino il diritto di sceglierci i parlamentari con le preferenze.
Il grande bluff del “vincitore certo”
Ci stanno vendendo questa riforma – battezzata Stabilicum – come lo strumento definitivo per “sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni”. Ma grattando via la propaganda, la realtà è un’altra. È un proporzionale mascherato, con un gigantesco premio di maggioranza che scatterà solo se una coalizione raggiungerà il 42% dei voti.
E qui sta il paradosso:
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Se qualcuno miracolosamente tocca il 42%, scatta il “regalo” di seggi (+70 deputati e +35 senatori) per blindare una maggioranza artificiale.
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Se nessuno ci arriva – ed è lo scenario più probabile oggi – il premio evapora, il ballottaggio è stato cancellato e si torna al proporzionale puro.
In poche parole? Si torna esattamente a quello che avevamo rifiutato nel 1993. I partiti si siederanno a un tavolo il giorno dopo le elezioni, tratteranno sulle poltrone e faranno nascere l’ennesimo governo di coalizione deciso al chiuso delle segreterie. La nostra volontà? Carta straccia.
Parlamentari nominati, non eletti: la paura delle preferenze
Ma l’insulto più grande riguarda il modo in cui sceglieremo i futuri parlamentari. Sulla scheda non potremo scrivere il cognome di nessuno. Il testo base, infatti, è nato senza le preferenze.
Su questo punto la maggioranza sta recitando una commedia dell’assurdo. Fratelli d’Italia fa la parte del difensore del popolo promettendo che presenterà emendamenti più avanti, mentre la Lega e Forza Italia fanno muro per difendere i vecchi listini bloccati.
Perché i partiti hanno così tanta paura delle preferenze? La risposta è cinica: il listino bloccato è l’assicurazione sulla vita dei leader. Permette ai capi di decidere a tavolino chi deve entrare a Montecitorio e chi no, mettendo i fedelissimi in cima alla lista nei collegi sicuri. Noi cittadini non scegliamo più un rappresentante che risponde al nostro territorio: andiamo alle urne solo per timbrare un elenco di “nominati” deciso a Roma.
Cambiare tutto per non cambiare niente
Mentre le opposizioni gridano al colpo di mano – dimenticando, però, di aver scritto leggi elettorali altrettanto discutibili quando governavano loro – la maggioranza tira dritto. Vogliono chiudere la pratica in fretta prima che l’opinione pubblica si accorga del trucco.
Trent’anni dopo quel referendum, la parabola della politica italiana si chiude nel modo più deprimente. Non importa quante volte i cittadini chiedano trasparenza e meritocrazia: la priorità di chi sta nelle stanze dei bottoni resta sempre la stessa. Organizzare le regole del gioco in modo che il potere di decidere rimanga saldamente nelle loro mani, alla faccia del popolo sovrano.





Credo che il voto espresso dagli italiani il 18 aprile del 1993 sia stato un grave errore. Aver abolito il sistema elettorale proporzionale ed essere passati a quello maggioritario non ha dato ai cittadini un maggior potere di controllo sulle decisioni governative; al contrario, ha accresciuto in loro la convinzione di essere politicamente ininfluenti e ha alimentato una sempre più marcata disaffezione al voto. Pertanto, ritengo che sia indispensabile tornare a un sistema elettorale proporzionale, senza sbarramenti e con il solo limite, alla Camera, del raggiungimento del quorum nazionale necessario ad eleggere un deputato: questo è l’unico modo per ridare voce nelle aule parlamentari alle diverse anime del Paese. Inutile dire che l’orientamento dell’attuale classe politica (maggioranza e opposizione) va nella direzione opposta.
Il tuo commento coglie perfettamente nel segno e mette il dito in una piaga aperta della nostra storia democratica. La tua disillusione sul maggioritario è l’esatto specchio di ciò che molti politologi e cittadini hanno iniziato a constatare dopo il 1993: l’illusione che cambiare la scheda elettorale potesse, da sola, costringere la politica a diventare matura, responsabile e vicina al territorio. Al contrario, ha spesso polarizzato lo scontro e allontanato le persone dalle urne.
Tuttavia, c’è un retroscena storico che rende la tua riflessione ancora più azzeccata e che dimostra come il “vizietto” della politica di ignorare gli elettori non sia nato oggi.
Quando l’82% degli italiani votò per il maggioritario il 18 aprile 1993, la reazione di gran parte della vecchia classe politica fu di totale chiusura e sufficienza. Tra i protagonisti di quei mesi c’era Sergio Mattarella (allora esponente della Democrazia Cristiana e relatore della successiva riforma). Davanti alla valanga di voti che chiedeva di archiviare il proporzionale, Mattarella liquidò il risultato con una frase rimasta celebre nella cronaca politica dell’epoca:
”Gli italiani non hanno capito il quesito referendario.”
La tesi, molto paternalistica, era che il popolo avesse votato sull’onda dell’emozione di Tangentopoli, senza comprendere davvero i tecnicismi e le conseguenze del sistema maggioritario.
Da quella convinzione nacque il testo che il politologo Giovanni Sartori ribattezzò ironicamente “Mattarellum” (leggi n. 276 e 277 del 1993). Quella legge fu il primo grande “capolavoro” di equilibrismo parlamentare fatto per depotenziare la volontà popolare: gli italiani avevano chiesto a gran voce un sistema maggioritario uninominale puro (sul modello anglosassone, dove chi prende un voto in più vince e ci si assume la responsabilità del governo), ma il Parlamento rispose con un sistema misto. Inventarono una quota proporzionale del 25% e, soprattutto, il diabolico meccanismo dello “scorporo”. Questo stratagemma serviva proprio a sottrarre voti ai vincitori dei collegi per ridistribuirli ai partiti più piccoli perdenti, alterando il peso del voto maggioritario scelto dai cittadini.
Il risultato? Il Mattarellum andò nella direzione opposta allo spirito del referendum, inaugurando la stagione dei “correttivi” e delle leggi elettorali scritte nei laboratori dei partiti per proteggere se stessi.
Quindi hai perfettamente ragione: l’orientamento della classe politica attuale, che oggi propone lo Stabilicum blindando i leader con i listini bloccati e minacciando di tornare al proporzionale se non si raggiunge il 42%, è il proseguimento in linea retta di quella mentalità nata nel 1993. Ieri dicevano che non avevamo capito il quesito; oggi si assicurano, togliendo le preferenze, che il nostro voto conti il meno possibile