di Luigi Cortese
C’è un momento preciso in cui capisci che le storie lette da ragazzo non erano solo una fuga dalla realtà, ma una mappa per orientarsi nel futuro. Mi è successo l’altro giorno, leggendo i passaggi della nuova Enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas”. Nel bel mezzo di una riflessione severa sui rischi della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e di un mondo che rischia di perdere la propria bussola umana — riprendendo quell’antico filo conduttore sociologico che fu la Rerum Novarum di Leone XIII — il Pontefice ha citato Gandalf. Ha usato il vecchio stregone di Tolkien per ricordarci che il nostro unico dovere è fare il possibile per la salvezza del tempo che ci è dato in sorte.
Per me è stato un piccolo shock culturale. Sono cresciuto sentendo parlare di J.R.R. Tolkien come di un mito di famiglia, una passione ereditata da una generazione che ha vissuto gli anni Settanta e che in quelle pagine cercava una ribellione diversa da quella delle piazze urlanti.
Io non c’ero quando quel gruppo di ragazzi — di cui oggi leggo i nomi sui libri di storia della cultura italiana, da Marco Tarchi a Umberto Croppi — decise di inventarsi i “Campi Hobbit“. Non ho vissuto l’isolamento di quel mondo giovanile, l’ironia dei loro stessi ambienti o la durezza degli avversari politici che faticavano a capire come la fantasia potesse diventare una bandiera ideale. Per me, le discussioni sulle vecchie riviste come Linea o il ricordo di quella prima, coraggiosa edizione del 1967 sono storie tramandate a voce, quasi leggende di un’epoca lontana che però hanno plasmato il mio modo di pensare.
Quel filo rosso, rimasto a lungo sotterraneo e riemerso solo di recente con il grande successo della mostra itinerante che ha attraversato l’Italia da Roma a Torino, ha trovato oggi la sua casa più inaspettata.
Vedere quel patrimonio letterario e morale accolto nel massimo magistero della Chiesa toglie definitivamente Tolkien dalla soffitta delle subculture o delle letture di nicchia. Dimostra, soprattutto, che l’intuizione di quei ragazzi degli anni Settanta non era un bizzarro anacronismo, ma una formidabile capacità di anticipare i tempi.
A volte serve il passo lento della storia per dare ragione a chi ha saputo guardare oltre. Io non ho vissuto quella stagione di sogni all’aria aperta, ma oggi mi trovo tra le mani la stessa mappa. E so che quelle vecchie pagine scovate in casa hanno ancora tutte le risposte che stiamo cercando.





L’intuizione di unire il mito della Contea e il solidarismo cattolico, oltre ad essere in linea con il pensiero di Tolkien, risponde a un’aspirazione autentica: le persone hanno un disperato bisogno di vivere in comunità a misura d’uomo, che siano legate al territorio, ma senza mai perdere il respiro di un’apertura universale. Come trasformare questa intuizione in una vera sintesi politica è una storia ancora tutta da scrivere.