di Gloria Callarelli
In questa maledetta società capovolta si può morire di razzismo al contrario. È quello che è accaduto nella corte di Sua Maestà in Gran Bretagna, a Southampton, dove un giovane studente universitario di 18 anni, Henry Nowak, è stato accoltellato dal 23enne indiano, sikh, Vikrum Digwa, il quale, subito dopo aver colpito il ragazzo, ha provato a giustificarsi dicendo di aver subito una “aggressione razziale”. E quel che è peggio è che, in tutto questo, nell’indottrinamento o impazzimento generale di questa società malata, i poliziotti non hanno creduto al giovane Henry che, ferito gravemente, ha provato a spiegare, in quegli attimi tra la vita e la morte, la sua verità rispetto all’aggressione. La polizia (del pensiero) lo ha ammanettato comunque, noncurante delle sue condizioni di salute e della sua versione dei fatti, e Henry è morto così, senza più riuscire a respirare, come ha sussurrato egli stesso con un filo di voce poco prima di chiudere per sempre gli occhi. Perchè, evidentemente, il pregiudizio, la forma mentis plagiata in anni di indottrinamento questo provoca. Perchè il sistema forgiato dal pensiero unico dominante porta ad agire così per la paura di apparire il “cattivo”, magari bianco. A questo siamo arrivati in Europa, a questo siamo arrivati nella aristocratica Gran Bretagna dove il 20%, ormai, è popolazione non autoctona.
È anche il risultato del piano Kalergi, dell’invasione programmata e programmatica di persone di altra etnia. Sono gli effetti di un vero e proprio replacement della società, nella quale individui più o meno inseriti, ma che sempre meno si sentono parte della terra in cui si trovano, si permettono di sporcare le nostre strade di sangue, di urina, di droga. Violenze e spaccio, poi degrado. Un’escalation sempre più criminale, impunita e avvilente nel cuore della nostra Europa. In Inghilterra come in Italia, ogni giorno violentata per esempio dall’arroganza e prepotenza dei “maranza“, come a Parigi, teatro di una devastazione solo pochi giorni fa dopo, pensate, i festeggiamenti per una partita di calcio. E’ il fallimento dell’integrazione, una favola ormai sempre più chiaramente impossibile ovunque.
Verremo vomitati dalla bocca di Nostro Signore se non ci mettiamo in testa di difendere le nostre radici e i nostri valori cristiani. Non c’è nulla di male nel pretendere di non volere un’invasione che solo in Italia lascia entrare, con l’ultimo decreto flussi del governo Meloni, quasi 400mila immigrati regolari all’anno e, praticamente, un pugno di italiani. Il piano ad alti livelli è chiaro: creare il caos, destabilizzazione, distruggere tradizioni e cultura cristiana europea, scatenare guerre e distruzioni. Così si lascia morire la nostra identità. Si lasciano morire i nostri giovani di razzismo al contrario. Di indottrinamento. Cerchiamo di non seppellire, con i nostri morti, la nostra Patria e anche noi stessi.
Non conosco le tradizioni inglesi , ma penso che nel Regno Unito
non sia di costumanza andare in giro con coltelli cerimoniali , come presumo , d’altronde , in nessuna parte d’Italia . Il ventitreenne britannico , reo dell’accoltellamento , infatti , è di origine indiana : Sikh per la precisione . Questo “piccolo” (chiamiamolo piccolo ! ) dettaglio dovrebbe far riflettere a tutti coloro che pontificano l’integrazione . Certamente , come ci insegna la storia , quando le invasioni sono pacifiche ed avvengono per esplicita volontà dei popoli invasi , gli ivasori si adeguano , o cercano di farlo , ai costumi e alla lingua delle popolazioni locali . Almeno le prime ondate lo fanno . Ma quando le ondate successive , con monotono ritmo e con crescente misura ingrossano , sempre più , le precedenti ondate , allora gli invasori iniziano a prendere coscienza di essere numericamente e socialmente rilevanti nel Paese ospitante e incominciano , di conseguenza , a rendersi conto di avere un valore , per cui i “nani” di un tempo divenuti “giganti” iniziano ad essere aggressivi . Allora riecheggia in qualche loro mente quello che , verosimilmente , riecheggiò , a suo tempo , nella mente di Caio Giulio Arminio , prima del 9 d . C . : “Io valgo , le mie tradizioni valgono , i miei sentimenti religiosi valgono , le mie idee politiche valgono ” e , improvvisamente , come un fulmine che , fulgido e fragoroso , squarcia le tenebre della tetra notte , riaffioreranno nelle loro menti , come riaffiorò in quella di Giulio Arminio , i reconditi ricordi sopiti , ma mai cancellati : ” la lingua , che io sono costretto a parlare in questo Paese che mi ospita , non è la mia lingua , non è quella che parlava mio padre ed i miei avi , questa religione , che si professa in questo Paese che mi accoglie , non è la mia religione , né lo era per i miei antenati , come questa cultura non è la mia cultura , questo Paese non è il mio Paese , io non sono Romano , io sono Cherusco , il mio nome è Hirmin dei Cherusci e non Caio Giulio Arminio” . Allora in quell’ospitale Paese si paventarà minacciosa all’orizzonte , più scura della nera notte , una nuova Teutoburgo , dieci Teutoburgo , cento , mille , un milione di Teutoburgo . Alllora qualcuno cercherà il colpevole , il Publio Quintilio Varo di turno , ma scoprirà che tutti i Publii Quintilli Vari sono tutti periti nelle loro rispettive Teutoburgo ( 9 d . C . ) .
E lo sfacelo rimmarrà , indelebile , per gli altri … per tutti quanti gli altri .
Sei anni fa eravamo in piena epoca Covid, gli assembramenti erano rigorosamente vietati e ci era imposto il cosiddetto distanziamento sociale; ciononostante, le piazze d’Italia si riempirono di migliaia di persone che, al grido di “black lives matter”, manifestavano tutta la loro indignazione per la morte dell’afroamericano George Floyd, una dolorosa vicenda elevata a simbolo del razzismo istituzionale dell’Occidente. In Parlamento, per lo stesso motivo, un gruppo di deputati del PD si inginocchiava. Oggi, invece, per la morte di Henry Nowak non c’è clamore, non c’è indignazione, nessuno si inginocchia, nessuno osa gridare: “White lives matter!”. Perché? La ragione è in quello che nell’articolo viene definito “razzismo al contrario”, cioè una forma di discriminazione che colpisce tutti gli europei e i loro discendenti, accusandoli di essere la causa di ogni nefandezza passata e presente, di essere affetti da un vizio originario incancellabile: essere nati bianchi. Se si entra in quest’ottica, noi (europei) siamo sempre colpevoli e loro (non europei) sono sempre vittime; loro hanno tutti i diritti, noi sempre meno; loro hanno ancora una terra e una comunità rimasta intatta alla quale poter fare eventualmente ritorno, noi siamo sempre più stranieri in casa nostra e privi di una patria in cui rifugiarci. E’ bene però precisare che questo tipo di razzismo (così “politicamente corretto”) non ci è imposto dall’esterno, ma è promosso dalle nostre classi dirigenti occidentali: queste, pur essendo composte da autoctoni, sono le vere responsabili del progressivo annientamento demografico e culturale dei popoli del Vecchio Continente. La speranza è che la tragica fine di Henry Nowak non sia vana, che serva a risvegliare la coscienza di molti in questa Europa sonnambula, che possa spingerci a resistere al feroce plagio di massa che ci sta trascinando verso la totale perdita della nostra identità.