di Luigi Cortese

Ogni 23 maggio i telegiornali ripetono la stessa formula: “Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta”. In quel “la moglie”, ripetuto per più di trent’anni, c’è un’ingiustizia silenziosa. Francesca viene raccontata come una presenza quasi casuale su quell’autostrada sventrata dal tritolo, una vittima collaterale per amore.

Ma la storia è un’altra. Francesca Morvillo non era un’ombra. Era un magistrato straordinario. Ad oggi, resta la prima e l’unica donna magistrato uccisa dalla mafia nel nostro Paese. E se Cosa Nostra l’aveva inserita nella sua lista nera, non era solo per il cognome che portava.

Una ragazza fuori dal comune

Per capire Francesca bisogna fare un passo indietro, nella Palermo degli anni ’60. Immaginate una ragazza minuta, con lo sguardo limpido e una determinazione d’acciaio. In un’epoca in cui le donne nelle aule di tribunale si contavano sulle dita di una mano (l’accesso alla magistratura era stato aperto alle donne solo nel 1963), lei fa qualcosa di incredibile: si laurea in legge a 22 anni con il massimo dei voti e la lode, vincendo il premio per la miglior tesi.

Poco dopo supera il concorso in magistratura. Non è solo “brava”: è una fuoriclasse del diritto. Ma a muoverla non è l’ambizione del potere, è qualcosa di molto più profondo. Una viscerale urgenza di giustizia.

La trincea più difficile: i vicoli di Palermo

Mentre la Palermo degli anni ’70 e ’80 si sporca del sangue della guerra di mafia, Francesca sceglie di accendere i riflettori dove nessuno vuole guardare: il Tribunale per i minorenni. Ci rimarrà per sedici anni.

In quel periodo, la mafia non è solo cupole e palazzi; è una piovra che si nutre dei bambini dello Zen, di Brancaccio, di Ballarò. Ragazzini usati come vedette, corrieri della droga, baby-killer. Francesca Morvillo capisce prima degli altri che per sconfiggere i boss non bastano le manette ai grandi: bisogna togliere loro l’ossigeno. E l’ossigeno della mafia sono quei figli di Palermo senza futuro.

I colleghi dell’epoca ricordano che Francesca non si limitava a firmare carte. Andava all’istituto di rieducazione del Malaspina, si sedeva di fronte a quei ragazzi, li guardava negli occhi. Cercava di capire. Per lei, un minore salvato dalla strada non era una pratica archiviata, era un soldato in meno per Cosa Nostra. Era una lotta alla mafia pura, durissima, fatta di ascolto, rigore e un’infinita umanità.

Restituirle la sua toga

Successivamente diventerà Consigliere di Corte d’Appello, firmando sentenze complesse con una precisione chirurgica. Ma l’essenza di Francesca resta quella: una donna dello Stato che ha scelto di rimanere in prima linea a Palermo, consapevole dei rischi enormi che correva ogni singolo giorno.

Quando l’autostrada di Capaci è saltata in aria, la mafia non ha spento solo la vita del simbolo dell’antimafia. Ha spento una delle menti giuridiche più umane e brillanti che la Sicilia abbia mai avuto.

Oggi, scrivere di lei significa toglierle di dosso l’etichetta riduttiva di “moglie devota”. Significa restituirle la sua toga, la sua storia e il suo legittimo posto tra gli eroi della nostra Repubblica. Perché Francesca Morvillo non è morta per caso: è morta per la giustizia.

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