di Luigi Cortese
Se Italo Calvino fosse ancora qui, probabilmente guarderebbe alle nostre elezioni comunali con un sorriso amaro. Troverebbe la trama perfetta per un nuovo romanzo di satira politica, una storia assurda ma comicamente vera: quella del “Sindaco Dimezzato”. Solo che stavolta, a tagliare in due il protagonista, non c’è la sciabola di un soldato, ma una legge elettorale schizofrenica che compie trentatré anni e li dimostra tutti.
Ci avete mai fatto caso? La domenica del ballottaggio ha sempre un’aria epica. C’è il duello solitario tra i due candidati rimasti in corsa, la tensione del testa a testa, i caroselli in piazza, i brindisi. L’elettore va a letto convinto di aver fatto una scelta chiara, di aver dato le chiavi della città a qualcuno.
Poi arriva il lunedì mattina, si smaltisce la sbornia elettorale e ci si sveglia nel bel mezzo di un paradosso kafkiano: l’anatra zoppa. Il neoeletto sindaco indossa la fascia tricolore, entra nel suo ufficio e scopre che il suo è un potere di facciata. Per colpa di un groviglio di commi e percentuali della legge del ’93, se la coalizione del candidato sconfitto ha superato il 50% dei voti al primo turno, il premio di maggioranza in Consiglio comunale va a loro. Risultato? Il sindaco ha la corona, ma l’opposizione ha la maggioranza assoluta dei seggi. Ed ecco che prende vita il Sindaco Dimezzato: una figura istituzionale scissa a metà, con una testa che vorrebbe governare e un corpo – il Consiglio – che rema sistematicamente dalla parte opposta.
I puristi della politica la chiamano “mediazione”, dicono che questo sistema costringe al sano compromesso. Ma siamo onesti: chiunque abbia frequentato un municipio sa che la realtà è molto meno nobile. Un sindaco senza maggioranza non media, tratta. Diventa l’ostaggio perfetto di franchi tiratori, passaggi di casacca e veti incrociati. Ogni singola delibera, ogni marciapiede da asfaltare, persino il bilancio più banale si trasforma in un mercato delle vacche. Il programma elettorale votato dai cittadini viene fatto a pezzi un tanto al chilo pur di portare a casa il numero legale.
E quando il ricatto non funziona più? Il muro contro muro blocca tutto, il bilancio salta, il Consiglio cade e la città viene consegnata alle mani fredde e burocratiche di un Commissario prefettizio. La famosa “governabilità” si risolve così in una colossale truffa involontaria per i cittadini, che credevano di aver scelto un futuro e si ritrovano con un comune paralizzato per mesi.
Il peccato originale di questa legge è che è nata in un altro mondo: quello dei primi anni Novanta, quando c’era il bipolarismo forte e la gente andava ancora in massa a votare. Oggi, in un panorama politico frammentato, fluido e dominato dall’astensionismo, quel meccanismo è diventato una roulette russa.
Non possiamo più permetterci un sistema che produce amministrazioni nate già morte, costringendo i sindaci a essere “buoni” o “cattivi” a seconda di quale metà decida di tenerli in vita, proprio come il visconte di Calvino. Le nostre città hanno un disperato bisogno di amministratori interi, capaci di decidere, sbagliare e rispondere del proprio operato. Di anatre zoppe e di sindaci dimezzati, sinceramente, ne abbiamo già visti abbastanza.




