di Luigi Cortese

Alla vigilia del Consiglio Federale, nell’aria si respira la tensione tipica delle grandi rese dei conti. La Lega si scopre improvvisamente fragile, divisa e, ammettiamolo, un po’ spaventata. Le ultime dichiarazioni di Riccardo Molinari non sono una semplice strigliata interna: suonano piuttosto come il requiem per la scommessa della “Lega Nazionale” di Matteo Salvini. Ufficialmente il mirino è puntato sul generale Roberto Vannacci, ma il vero bersaglio è la leadership ormai logorata del segretario.

Il ritorno al “sindacato del Nord”

Scegliere di ridefinire il partito come un “sindacato del territorio”, aggrappandosi alle parole d’ordine del federalismo e dell’autonomia, significa nei fatti compiere un’inversione a U di trent’anni. È la dolorosa ammissione di un fallimento storico: il sogno di una Lega capace di conquistare l’Italia da Lampedusa a Ventimiglia è naufragato, lasciando sul campo una valanga di consensi finiti dritti nelle mani di Fratelli d’Italia. Per fermare questa emorragia nelle roccaforti storiche, i colonnelli del Nord stanno tentando una ritirata disperata verso le origini bossiane, cercando di riparo nell’identità padana.

L’effetto Vannacci e l’ombra di “Futuro Nazionale”

In questo scenario già precario, la scelta di paracadutare Vannacci nelle liste è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Molinari lo ha liquidato con un secco “incompatibile”, dando voce a una base stanca di provocazioni ideologiche lontanissime dalla concretezza leghista. L’innesto del generale è stato digerito malissimo dai militanti per due motivi lampanti:

  • Valori distanti anni luce: La Lega delle origini si è sempre definita antifascista e radicata sul territorio, ben lontana dai nostalgismi della destra romana.

  • Uno sgarbo a chi lavora sul territorio: Vedere un esterno oscurare la vecchia guardia e gli amministratori locali – gente del calibro di Zaia o Fedriga – è stato vissuto come un vero e proprio insulto alla storia del partito.

Ma il vero capolavoro al contrario del salvinismo si sta consumando adesso, con lo spettro di Futuro Nazionale. Quella che Salvini pensava fosse una mossa geniale per raccogliere voti facili si è trasformata nella peggiore delle minacce. Vannacci non si è limitato a fare il pieno di preferenze, ma ha iniziato a muoversi in proprio, gettando le basi per un suo partito e rischiando di portarsi via non solo migliaia di iscritti, ma anche parlamentari ed eurodeputati leghisti attirati dal suo brand.

Un bivio identitario e umano

Quello che doveva essere l’asso nella manica di Salvini è diventato un boomerang devastante. Con la sua nuova creatura politica di estrema destra, Vannacci minaccia ora di svuotare definitivamente quel che resta della struttura nazionale della Lega.

Il movimento si trova così a un bivio drammatico: assistere inerti all’OPA ostile di “Futuro Nazionale” o rintanarsi nel vecchio, rassicurante perimetro del Nord. Isolare Salvini e azzerare la sua linea geopolitica è l’ultima mossa, quasi disperata, dei governatori per salvare il salvabile, prima che il generale finisca di consumare la sua scalata.

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