di Luigi Cortese

C’è qualcosa di profondamente umano, e a tratti quasi comico, nel modo in cui la politica italiana riesce a rivestire di epica le scelte più prosaiche. Quando un parlamentare decide di cambiare casacca, la narrazione ufficiale non parla mai di sondaggi, di seggi o di convenienza. No, si parla di “ritorno alle sorgenti”, di risvegli spirituali, di “soldati dell’Idea” e di battaglie cavalleresche in una ritrovata Camelot. Eppure, dietro il lirismo di questi manifesti d’addio alla Lega, si nasconde spesso il solito e prevedibile posizionamento tattico di fine legislatura.

A leggere certe dichiarazioni, sembrerebbe di assistere al dramma interiore di un eroe romantico. Ma se si alza lo sguardo e si guarda il calendario, la suggestione svanisce in un secondo. La realtà assomiglia terribilmente al vecchio “Brindisi dei girovaghi”, quella ballata medievale in cui i chierici vaganti cantavano il cinismo di chi si sposta da un tavolo all’altro, da un padrone all’altro, inseguendo il banchetto finché dura.

Il tempismo perfetto dell’eroismo

Manca circa un anno alla scadenza naturale del governo. I nodi economici stanno venendo al pettine, le promesse elettorali si scontrano con la realtà e nei corridoi dei palazzi romani inizia a serpeggiare l’ansia da poltrona. È in questo preciso momento che, dopo anni di silenziosa militanza e comodi seggi di maggioranza, scatta improvvisamente l’illuminazione: “Questo partito ha tradito i valori, non lo riconosco più”.

Vien quasi da sorridere. Ci si accorge solo oggi del pragmatismo senza anima della Lega? Si scopre solo adesso che la politica di governo richiede compromessi? La verità è che saltare sul carro del Generale Roberto Vannacci, battezzando la scelta come un “ritorno in trincea”, è la mossa più comoda del mondo. Quando la nave principale comincia a imbarcare acqua, i passeggeri più esperti non affondano per coerenza: cercano la scialuppa che al momento ha più vento in poppa.

Guerra psicologica e finta dissidenza: il vero volto di Vannacci

La vera questione, però, non sono i singoli transfughi, ma la natura stessa del loro nuovo approdo. Il movimento del Generale viene raccontato come la vera alternativa identitaria, la voce dei duri e puri contro i poteri forti. Ma basta scavare un millimetro sotto la superficie per capire che la vera trappola è proprio il brand del Generale: Vannacci non è che l’ennesimo, perfetto prodotto di quello stesso sistema che dice di voler combattere, una perfetta valvola di sfogo per congelare il dissenso.

A rivelarlo non sono solo le logiche di palazzo, ma le sue stesse posizioni geopolitiche, che tradiscono la medesima matrice ideologica e “atlantica” di chi orienta i fili della politica italiana. Da esperto di guerra psicologica e strategie militari, Vannacci sa perfettamente come dosare il bastone e la carota per risultare credibile alle masse deluse: se da un lato non risparmia critiche formali all’aggressione militare statunitense all’Iran, dall’altro si allinea perfettamente all’agenda dominante quando si tratta del nodo cruciale del Medio Oriente.

Il meccanismo di manipolazione è sottile: screditare la legittima resistenza del popolo palestinese contro l’oppressione israeliana, derubricandola a mero “antisemitismo” per toglierle dignità politica. Lo hanno dimostrato chiaramente le sue stesse parole affidate ai social lo scorso 23 maggio:

“La causa palestinese incarna la lotta contro gli ebrei, intrecciando religione e identità, e usa la retorica anti-occidentale per suscitare empatia”.

Un capolavoro di retorica militare: si usa la veste del “ribelle” per intercettare la rabbia popolare contro il sistema, ma nei fatti si criminalizza chi quel sistema lo combatte davvero sul campo, difendendo gli interessi di quella stessa sponda sionista e globalista che si finge di voler avversare nei talk show.

Il Brindisi dei Girovaghi “Ci muoviamo sulla via larga, seguendo il vizio dei giovani… pronti a mutar casacca per un calice di vino e una mensa generosa.” > (Dalla tradizione dei Carmina Burana)

Guardare i fatti, non la poesia

La retorica della militanza romantica e dei “soldati dell’Idea” è un bel vestito, ma non basta a coprire i calcoli del pallottoliere elettorale e la profonda continuità strategica con il potere profondo. Dietro i proclami sulla difesa delle radici e la lotta al politicamente corretto, resta lo spettacolo di una classe dirigente che cerca semplicemente un brand più fresco da cavalcare per sopravvivere e di un elettorato ingannato da un finto paladino del dissenso.

I cittadini farebbero bene ad alzare la testa, sì, ma non per guardare le stelle o sognare la Tavola Rotonda. Bisogna guardare i fatti. A Camelot non ci sono cavalieri disinteressati: ci sono i soliti girovaghi della politica, pronti a brindare alla prossima candidatura, protetti dall’ombrello ideologico di un Generale che fa il gioco dei soliti noti.

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