di Luigi Cortese
Oggi, quando si parla di futuro e politica, si respira una strana ansia. Da una parte guardiamo sbalorditi l’Intelligenza Artificiale che fa cose incredibili, promettendo una produttività mai vista prima; dall’altra, temiamo che l’automazione si mangi milioni di posti di lavoro, lasciandoci a terra. Di fronte a questo scenario, la risposta che va più di moda — masticata persino dai grandi guru della Silicon Valley — è sempre la stessa: serve un Reddito Universale di base. Detto così, però, sembra quasi un’elemosina. Una sorta di “sussidio di consolazione” per calmare chi è rimasto indietro a causa delle macchine. Ma se volessimo cambiare la narrazione? C’è una teoria profonda, tutta italiana, che ribalta completamente questo paradigma ed è quella del professor Giacinto Auriti. Grazie alla sua intuizione sul valore della moneta, scopriamo che il reddito universale non è affatto un regalo dello Stato, ma un dividendo che ci spetta di diritto, come legittimi proprietari della conoscenza collettiva che fa muovere gli algoritmi.
Il valore siamo noi: la lezione di Auriti
Giacinto Auriti, giurista e accademico abruzzese scomparso nel 2006, ha passato la vita a spiegare un concetto tanto semplice quanto dirompente: la moneta non vale nulla per via dell’oro nei forzieri o del pezzo di carta in sé. Vale perché una comunità di persone si mette d’accordo e decide di usarla per scambiare beni. Questo fenomeno si chiama “valore indotto”.
Se ci pensate, è una rivoluzione logica e giuridica: se il valore lo crea il popolo che accetta la moneta, allora la moneta deve nascere di proprietà del popolo. Auriti denunciava il fatto che le banche centrali emettessero denaro prestandolo agli Stati, trasformando la nostra stessa fiducia in un debito. Il “Reddito di Cittadinanza” che aveva in mente lui non era l’assistenzialismo a cui siamo abituati oggi, ma la redistribuzione a ogni cittadino della propria quota di ricchezza monetaria. Era il dividendo di una grande società in cui ogni essere umano è socio per il solo fatto di essere nato.
Quando la teoria divenne realtà: il SIMEC
Nel 2000, per dimostrare che non parlava di utopie, Auriti creò a Guardiagrele, in Abruzzo, una moneta locale chiamata SIMEC (Simbolo Economico). Veniva data direttamente ai cittadini e raddoppiava il loro potere d’acquisto nei negozi del paese. Fu la prova vivente che sono la fiducia e l’accettazione di una comunità a creare la ricchezza, non i burocrati.
L’Intelligenza Artificiale si nutre di noi
Se proviamo a guardare i moderni algoritmi con gli occhi di Auriti, ci accorgiamo che l’Intelligenza Artificiale si comporta esattamente come la sua moneta. I modelli di linguaggio e i generatori di immagini non creano valore dal nulla e non lo estraggono da laboratori vuoti. Imparano, si evolvono e producono miliardi sintetizzando i Big Data, cioè le tracce digitali lasciate da ognuno di noi: i nostri testi, le nostre foto, le nostre ricerche, le conversazioni e persino le nostre espressioni artistiche.
Senza questa gigantesca intelligenza collettiva, i supercomputer della Silicon Valley sarebbero solo ferro vecchio. Eppure, sta succedendo qualcosa di profondamente ingiusto: la conoscenza creata gratis dall’umanità viene recintata e privatizzata da pochissimi colossi tecnologici, che poi ci rivendono l’efficienza derivata a caro prezzo e ci restituiscono precarietà e paura del futuro.
“Se l’Intelligenza Artificiale impara da noi, il Reddito Universale non è una gentile concessione dei governi o dei tecnocrati, ma l’affitto che le Big Tech devono pagare ai legittimi proprietari di quel valore: i cittadini.”
Smettere di chiedere l’elemosina
Usare il pensiero di Auriti oggi significa fare un salto di qualità nel dibattito politico. Il Reddito Universale smette di essere una misura depressiva per consolare i disoccupati o un trucco neoliberista per tenere a galla i consumi. Diventa un vero e proprio atto di sovranità. È il momento in cui i cittadini dicono: “La tecnologia corre grazie a noi, quindi una quota di quella ricchezza ci appartiene”.
| La visione assistenziale (Mainstream) | La visione di Auriti applicata all’IA |
| Cos’è: Un sussidio di povertà per chi è diventato obsoleto e non serve più al mercato. | Cos’è: Il dividendo sociale di un’infrastruttura di conoscenza creata da tutta l’umanità. |
| Come si paga: Tassando le imprese o aumentando il debito pubblico dello Stato. | Come si paga: Creando moneta sovrana pulita, legata alla reale produttività delle macchine. |
| L’idea di uomo: Il cittadino è un soggetto passivo da mantenere per evitare tensioni sociali. | L’idea di uomo: Il cittadino è il proprietario originario della risorsa che fa muovere il mondo (i dati). |
Come potrebbe funzionare, davvero
Una proposta del genere non è un sogno irrealizzabile e non serve mandare in rosso i conti pubblici. Lo Stato potrebbe emettere una moneta complementare digitale — una sorta di “Simec del Futuro” basato su tecnologie moderne — accreditata ogni mese direttamente sul conto di ogni cittadino. Questa moneta non creerebbe inflazione, perché andrebbe semplicemente a coprire l’enorme abbondanza di beni e servizi prodotti dalle macchine a costi ridottissimi.
Allo stesso tempo, le Big Tech verrebbero chiamate a rispondere del loro debito verso la comunità attraverso una royalty sull’estrazione dei dati nazionali (la Data-Liability). Per operare sul nostro territorio, queste aziende sarebbero obbligate ad accettare la valuta complementare dello Stato come pagamento per i loro servizi premium. In questo modo il circuito si chiuderebbe, garantendo un potere d’acquisto reale e tangibile.
Rimettere l’uomo al centro
La vera sfida dell’Intelligenza Artificiale non è tecnologica, è politica e umana. Se continuiamo a rincorrere il futuro con le vecchie regole del Novecento, fatte di finanza a debito e bonus assistenziali a pioggia, andremo incontro a una disuguaglianza mai vista prima.
Rileggere Giacinto Auriti nell’era degli algoritmi ci ricorda che l’automazione totale non deve significare la fine dell’essere umano, ma la sua liberazione dal lavoro di pura sopravvivenza. È tempo di pretendere che la ricchezza indotta dalla civiltà torni alla civiltà. Solo così le macchine smetteranno di farci paura e torneranno a essere quello che sono sempre state: splendidi strumenti al servizio della dignità umana.
Nota dell’autore: Questo articolo nasce dall’esigenza di unire i puntini tra la filosofia monetaria di Giacinto Auriti e le sfide dell’economia dei dati, per ridare centralità all’essere umano in un mondo sempre più automatizzato.





Ottimo articolo. Evocando la nobile figura di Giacinto Auriti, si mette in relazione la moneta e l’Intelligenza Artificiale, sottolineando le potenzialità emancipatorie di entrambe. Ma attenzione: la storia (per la moneta) e la cronaca (per l’IA) ci insegnano che quasi mai queste potenzialità vengono sfruttate. Dal 1694, anno della nascita della Banca d’Inghilterra, fino ai giorni nostri, la moneta è sempre stata emessa caricandola di un debito non dovuto, e la sua rarità è sempre stata programmata, non per difenderne il potere d’acquisto (come ci viene raccontato), ma per realizzare grosse speculazioni da parte dei banchieri con cicli di inflazione e deflazione. A sua volta, la tecnologia digitale, con la promessa di ridurre la fatica umana e democratizzare l’accesso al sapere, ha ridotto le persone a consumatori isolati di contenuti online, manipolati costantemente da forme sempre più sofisticate di profilazione e limitati nella loro libertà dalla censura dell’algoritmo. Se i padroni della moneta sono i banchieri, i padroni dell’IA sono un ristretto gruppi di supermiliardari delle big tech: insieme costituiscono la plutocrazia, cioè quell’oligarchia che dirige la politica odierna dietro il paravento della democrazia.
Sottoscrivo ogni parola. Questa riflessione mette a nudo il paradosso del nostro tempo: l’abbondanza tecnologica che genera scarsità sociale. C’è però un elemento di speranza che il pensiero di Auriti ci lascia: se il valore (della moneta come dell’IA) esiste solo perché c’è una collettività che lo accetta e lo alimenta, allora il potere contrattuale ultimo resta nelle mani del popolo. I padroni dell’algoritmo e della moneta sono giganti con i piedi d’argilla se la cittadinanza acquisisce la consapevolezza che il ‘codice sorgente’ della società appartiene a chi la vive, non a chi la recinta per profitto. La vera democrazia si difende oggi su questi due fronti.
Tutto interessante, ma non bisogna credere che davvero la tecnologia sostituirà il lavoro dell’ Uomo.
Sono scenari che non rispecchiano la verità.
Beh, io direi che abbiamo già degli esempi nel recente passato in cui le macchine hanno sostituito l’uomo in certe mansioni. Mi chiedo, quindi: è davvero così remota l’idea che un’intelligenza artificiale o un robot possano rimpiazzarci in altri ambiti? Siccome non credo che la risposta possa essere del tutto negativa, penso che il pensiero auritiano rappresenti la soluzione logica ed evolutiva a un futuro che può apparire distopico, ma che ha grandi possibilità di concretizzarsi, seppur in misura minore.