di Luigi Cortese

Pensateci un attimo: stiamo vivendo in un paradosso pazzesco. Da un lato abbiamo una tecnologia pazzesca, un’Intelligenza Artificiale che promette di liberarci dalla fatica e di aprirci le porte di tutta la conoscenza del mondo. Dall’altro, ci ritroviamo sempre più soli, incollati a uno schermo, ridotti a consumatori da spremere, profilati e controllati da algoritmi di cui non sappiamo nulla. Ci avevano promesso la libertà, ci stanno lasciando l’isolamento.

Se questa situazione vi sembra una novità spaventosa, purtroppo devo dirvi che non lo è. È lo stesso identico film che l’umanità ha già visto con la storia della moneta. Fin dal 1694, quando è nata la Banca d’Inghilterra, chi gestisce il denaro ha iniziato a stamparlo caricandoci sopra un debito inventato. Hanno creato la povertà a tavolino, la scarsità artificiale, non per proteggere i nostri risparmi, ma per fare i propri interessi. Ieri erano i banchieri, oggi sono i supermiliardari delle Big Tech. Cambiano le facce, cambiano i loghi aziendali, ma l’oligarchia che comanda dietro il paravento della democrazia è sempre la stessa.

Però, proprio quando sembra che non ci sia via d’uscita, ci viene in aiuto una figura straordinaria: Giacinto Auriti. La sua non era solo una teoria economica, era un’intuizione profondamente umana.

Auriti diceva una cosa semplicissima ma rivoluzionaria: una banconota non vale nulla perché qualcuno l’ha stampata, ma perché ci siamo noi, una comunità di persone, che decide di accettarla, usarla e fidarsi. Il valore lo creiamo noi, camminando per strada e stringendoci la mano. Se vi trovaste da soli su un’isola deserta, un baule pieno di lingotti d’oro non vi servirebbe a niente.

Oggi, con l’Intelligenza Artificiale, sta succedendo la stessa identica cosa. Come fa un algoritmo a essere così intelligente? Semplice: perché ha dragato, masticato e digerito miliardi di dati, testi, poesie, foto e pezzi di vita che abbiamo prodotto tutti noi, gratis, in questi anni. L’IA non è un’entità divina; è uno specchio che riflette la nostra intelligenza collettiva. Senza il nostro vissuto, quel software sarebbe un guscio vuoto.

I giganti della Silicon Valley hanno fatto quello che le banche hanno fatto secoli fa: hanno recintato un bene che era di tutti, lo hanno privatizzato e adesso ce lo rivendono un tanto al mese, tenendosi i profitti e usandolo per orientare i nostri pensieri.

Ma è proprio qui che dobbiamo ritrovare la nostra forza. I padroni della moneta e i signori dell’algoritmo sono giganti con i piedi d’argilla. Se quel valore esiste solo perché noi continuiamo ad alimentarlo, significa che il coltello dalla parte del manico ce l’abbiamo ancora noi.

La vera sfida del futuro non è decidere quante regole mettere ai computer. È una questione di dignità e di sovranità. Portare il pensiero di Auriti nel 2026 significa capire che il “codice sorgente” della nostra vita – che sia una banconota o una stringa di programmazione – appartiene a chi questa società la vive, la respira e la fa andare avanti ogni giorno. La democrazia si salva così, riprendendoci quello che è nostro, o non si salverà affatto.

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