di Irma Trombetta
Esistono scrittori che riempiono le cronache del loro tempo e scrittori che sono fiumi carsici: scorrono invisibili sotto la superficie della storia e arrivano solo per chi li sa accogliere, a dissetare solo chi sa dove scavare. Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (1923–1977), appartiene a questa seconda, aristocratica specie.
Definirla semplicemente «scrittrice» o «poetessa» è quasi ingeneroso e certamente falso; la Campo è stata una sacerdotessa della parola, una mistica dello stile, la custode inflessibile di una bellezza intesa come dovere morale e metafisico. In un Novecento letterario dominato dal neorealismo, dall’impegno ideologico e dal rumore delle macchine editoriali, scelse la via austera e solitaria dell’anacronismo. Non una fuga dalla realtà, ma il rifiuto radicale della volgarità, cifra dei suoi e dei nostri anni.
Per Cristina la realtà non risiedeva nella cronaca, ma nel simbolo, nel rito, in quella che amava definire «la fiaba». La sua produzione è volutamente esigua: due raccolte di saggi straordinari, Fiaba e mistero e Il flauto e il tappeto , una manciata di poesie di commovente, lancinante precisione (Passo d’addio) e una rete fittissima di lettere che i critici letterari definirebbero “ capolavoro intimo”. La reticenza della Campo, la sua parsimonia nello scrivere, non era affatto sterilità, mancanza, diminutio, ma rigore ascetico.
Ogni sua frase è limata, depurata da qualsiasi scoria di ovvietà. “Ho scritto poco, avrei voluto scrivere meno”, forse la più potente dichiarazione di antimodernismo. Due colonne portanti, la sua cifra stilistica: la sprezzatura e l’attenzione. La sprezzatura… non arroganza del dandy, ma il suo opposto: ritmo morale, grazia regale che costa sforzi titanici, ma che si manifesta con naturalezza assoluta. È il nascondere la fatica, il dolore, quello fisico e quello dell’anima, dietro un velo di impeccabile compostezza. Ma che sia lei a parlare: “Prima d’ogni altra cosa sprezzatura è infatti una briosa, gentile impenetrabilità all’altrui violenza e bassezza”.
L’attenzione è, anch’essa, baluardo antimoderno, preghiera dell’intelletto, via che conduce al mistero dell’altro: è la capacità di guardare una creatura, un quadro, una parola o un rito liturgico con intensità avvolgente e dunque con verità; è con attenzione che va seguita anche la fiaba, non intrattenimento per bambini, ma deposito delle verità iniziatiche dell’umanità.
Nelle fiabe si impara la legge del destino, la necessità del sacrificio, il valore dell’oro spirituale nascosto sotto le sembianze del mendicante. Questo amore per l’invisibile e per il sacro la condusse, negli ultimi anni della sua vita, a una trincea spirituale: la difesa della liturgia romana antica contro le riforme del Concilio Vaticano II. Nella bellezza ieratica del canto gregoriano, nell’incenso, nel silenzio del canone recitato a bassa voce dal sacerdote rivolto verso Dio, la Campo scorgeva l’ultimo baluardo contro il “disincanto del mondo”.
Quando la Chiesa scelse di parlare, in senso figurato e non, la lingua del mondo, lei rispose fondando l’associazione Una Voce, per preservare la Messa in latino, opera d’arte totale e soglia del Trascendente. Cristina Campo ha vissuto nell’ombra, firmandosi con eteronimi, fuggendo le fotografie, i salotti, le interviste eppure fu la sua composta intransigenza ad ispirare Monsignor Lefebvre.
Chissà che orrore la nostra epoca avrebbe ispirato a questa donna magnifica ed aristocratica; un’epoca satura di parole vuote, di immagini effimere e di una comunicazione compulsiva che degrada ogni mistero, sfinisce ogni tensione.
Leggere Cristina Campo è un’esperienza terapeutica, quasi traumatica. Impariamo che la scrittura è una questione di vita o di morte, che la parola è un talismano che non può essere sprecato. La sua prosa, densa e lieve ad un tempo, ammonisce, oggi più che mai: la vera bellezza non è un lusso estetico, ma la forza ( l’unica?) capace di redimere il tempo.




