di Luigi Cortese

Ci sono contratti che cambiano la vita di una persona, e poi ci sono accordi che decidono il destino di un intero Paese. Di solito, i secondi si firmano alla luce del sole. Eppure, in Italia esiste un documento che pesa come un macigno sulla nostra sovranità di cui i cittadini — e persino la stragrande maggioranza dei nostri parlamentari — non conoscono una singola riga.

Si chiama BIA (Bilateral Infrastructure Agreement) ed è stato firmato il 20 ottobre 1954. Per gli addetti ai lavori è l’“accordo ombrello”, la legge suprema che decide cosa possono e non possono fare i militari americani nelle basi sul nostro territorio: da Aviano a Sigonella, passando per Vicenza e Napoli.

Facciamo un attimo il calcolo: sono passati 72 anni. Quel testo è stato siglato in piena Guerra Fredda, quando il mondo era diviso in due, Stalin era morto da un anno e l’Italia era il confine fragile e terrorizzato dell’Occidente. Oggi siamo nel 2026. Il mondo è completamente stravolto, ma quell’accordo è ancora lì. Scaduto nello spirito, anacronistico nella sostanza e, soprattutto, blindato dal Segreto di Stato.

Una democrazia con gli occhi bendati

La prima cosa che fa sobbalzare sulla sedia è come il BIA sia nato. È stato firmato in “forma semplificata”. Tradotto dal burocratese: i governi dell’epoca si sono messi d’accordo, hanno firmato e hanno chiuso il foglio in un cassetto. Nessun passaggio in Parlamento, nessuna ratifica, nessuna discussione pubblica. Un aggiramento plateale dell’Articolo 80 della nostra Costituzione, che dice chiaramente che i trattati politici che pesano sulle tasche o sulla sicurezza dello Stato devono essere autorizzati dalle Camere.

Per decenni la scusa è stata sempre la stessa: “È solo un’applicazione tecnica dei patti NATO”. Una pezza giuridica per coprire una realtà molto più ruvida: abbiamo ceduto pezzi di casa nostra al Pentagono senza chiedere il permesso ai rappresentanti del popolo. Certo, negli anni c’è stata qualche parziale apertura (come quando, dopo la tragedia del Cermis, si dovette mettere mano alla giurisdizione penale), ma il testo integrale resta un fantasma per i comuni mortali.

Da scudo difensivo a portaerei d’attacco

Nel 1954 quelle basi servivano a difenderci da un’eventuale invasione sovietica. C’era una logica di protezione. Ma negli ultimi trent’anni la musica è cambiata. L’Italia è diventata, nei fatti, una gigantesca portaerei nel Mediterraneo, usata dagli Stati Uniti per proiettare la propria forza militare in Medio Oriente, in Africa e nei Balcani. Spesso per guerre e operazioni unilaterali che con la difesa comune della NATO non c’entravano assolutamente nulla.

I nodi, inevitabilmente, vengono al pettine. Ciclicamente assistiamo a pericolosi attriti diplomatici, con i governi italiani costretti a ricordare a Washington che “l’Italia è uno Stato sovrano” quando si tratta di concedere lo spazio aereo o l’uso delle piste di Sigonella per raid americani non concordati. Ma se ogni volta dobbiamo alzare la voce per farci rispettare, significa che le regole scritte alla base sono deboli, fumose e scritte a uso e consumo di una sola parte.

Il coraggio di rinegoziare

Lasciare le chiavi di casa in mano a un trattato del 1954 non è solo pigrizia storica; è un rischio strategico enorme. Altri Paesi europei, quando i tempi sono cambiati, hanno alzato la testa e preteso rispetto: la Francia di De Gaulle lo ha fatto negli anni ’60, la Spagna ha ridiscusso tutto negli anni ’80. L’Italia no. L’Italia è rimasta schiacciata in una “fedeltà assoluta” che assomiglia sempre più a una sudditanza psicologica.

Rinegoziare dopo 72 anni non significa essere “anti-americani”. Significa essere adulti. Significa pretendere tre cose sacrosante:

  • Trasparenza: Le regole del gioco devono essere pubbliche. I cittadini devono sapere cosa succede sul proprio suolo.

  • Controllo vero: Se gli Stati Uniti vogliono usare le basi in Italia per missioni che non riguardano la difesa dell’Europa, il Parlamento italiano deve poter votare ed eventualmente dire di no.

  • Patti chiari: Bisogna aggiornare i limiti delle truppe, ridefinire la gestione dei sistemi d’arma sensibili e stabilire una volta per tutte che chi commette un reato in Italia viene giudicato dalla legge italiana.

Continuare a gestire la difesa nazionale con le regole segrete dell’autunno del 1954 significa rassegnarsi all’idea che l’Italia, in fondo, sia ancora una colonia sorvegliata. E dopo più di settant’anni, sarebbe anche l’ora di crescere.

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