di Luigi Cortese
Ci sono voluti tre anni di lavoro, sei missioni e 32 audizioni per partorire un faldone di 400 pagine che ci dice esattamente quello che le famiglie della Campania gridano, denunciano e pagano sulla propria pelle da almeno quarant’anni. La relazione della Commissione parlamentare sulle ecomafie, presentata pochi giorni fa a Casal di Principe, non è un successo delle istituzioni. È il monumento al loro ritardo. Una tardiva ammissione di colpa che, francamente, suona come l’ennesima sberla in faccia a una popolazione sfinita.
Oggi i palazzi della politica scoprono che “c’è meno fumo sulle strade, ma il vero dramma è nelle acque di falda”. Come se fosse una sorpresa. Come se l’inquinamento invisibile del sottosuolo fosse un fenomeno emerso l’altro ieri, e non il segreto di Pulcinella più tragico e doloroso della nostra storia.
La politica, a ogni livello, ha finto di non vedere per decenni. Ha preferito concentrarsi sui roghi in superficie, ottimi per fare un po’ di scena, mandare l’esercito a presidiare le strade e ripulirsi la coscienza davanti alle telecamere. Sotto i piedi della gente, intanto, succedeva il finimondo. E dire che le prove erano lì, sotto gli occhi di tutti. Erano scritte nero su bianco già nel 1997 nei verbali di Carmine Schiavone, dove il camorrista spiegava al Parlamento che i fusti tossici venivano calati nei pozzi fino a bucare la falda idrica. Erano scritte nei report dell’ARPAC del 2009 e del 2010, che trovavano solventi chimici e veleni industriali nelle acque usate per irrigare i campi a Villa Literno, Parete e Casal di Principe.
Perché abbiamo dovuto aspettare fino ad oggi per sentirci dire, con tono grave e preoccupato, che sostanze come il tetracloroetilene e il tricloroetilene scorrono nei canali e sono collegate a tumori al rene, al fegato e ai linfomi? Dov’era lo Stato mentre gli agricoltori, ignari, innaffiavano i prodotti della terra con i veleni sversati dai clan con la complicità di imprenditori senza scrupoli?
La verità è che si è scelto di non fare nulla. Abbiamo assistito ad anni di chiacchiere su bonifiche mai partite, fondi spariti nei meandri della burocrazia e oggi i parlamentari si presentano a casa nostra a parlarci di “scatto culturale dei cittadini”. Oltre al danno, la beffa: si scarica la colpa sulla gente del posto per nascondere il fallimento totale dei controlli pubblici.
A rendere tutto ancora più imperdonabile è il capitolo della salute. Per anni i comitati e le mamme delle vittime hanno chiesto un’arma scientifica fondamentale per gridare la verità: un Registro Tumori regionale davvero operativo, aggiornato e centralizzato, che dimostrasse il nesso tra quei veleni e i cimiteri che si riempivano di giovani. Invece la Campania ha viaggiato per decenni al buio, tra buchi di dati storici e ritardi burocratici infiniti che rendevano le statistiche vecchie e inutili per fare prevenzione. Solo di recente la macchina regionale ha iniziato a correre per rincorrere l’arretrato e digitalizzare i dati, confermando quel trend drammatico che tutti già conoscevamo. Ma nel frattempo sono passati anni. Anni in cui si è navigato a vista, lasciando che i picchi di cancro venissero ignorati o, peggio, liquidati come “cattivi stili di vita” dei residenti.
Questo faldone di 400 pagine non è un punto di partenza. È la prova del nove di un’omissione di soccorso durata quarant’anni. Sentire i deputati dire che “è stato aperto un altro fronte di intervento” fa venire i brividi. Non avete aperto nessun fronte: siete arrivati a incendio spento, quando la terra ha già assorbito il veleno e l’acqua lo sta portando ovunque.
La Campania non ha bisogno di passerelle o di polverosi faldoni che certificano l’ovvio con decenni di ritardo. Ha bisogno di bonifiche vere, di screening sanitari gratuiti per i cittadini e, soprattutto, di un briciolo di dignità da parte di una politica che oggi dovrebbe solo chiedere scusa e fare silenzio.




