di Luigi Cortese
La narrazione istituzionale sulla transizione energetica globale viene ormai declinata come un dogma indiscutibile: l’abbandono immediato dei motori a combustione interna in favore della mobilità elettrica dovrebbe, per direttiva quasi divina, azzerare l’impatto ambientale delle nostre società. È un racconto rassicurante, lineare, privo di sfumature, perfetto per i comunicati stampa dei palazzi di Bruxelles. Eppure, se si ha l’ostinazione di andare oltre la superficie dei proclami e si analizzano con rigore scientifico i dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) insieme ai bilanci reali delle grandi multinazionali, la realtà che emerge assume contorni diametralmente opposti. Non siamo di fronte a un miracoloso azzeramento dell’impronta ecologica, ma a un gigantesco ed opaco gioco di prestigio geopolitico e sociale, dove l’inquinamento non scompare, ma viene semplicemente delocalizzato, lontano dagli occhi degli elettori europei.
Il primo grande paradosso risiede nella cecità strategica con cui l’Europa sta scambiando la propria dipendenza energetica. Per decenni il cappio al collo dell’industria occidentale è stato il petrolio, una risorsa geopoliticamente instabile ma distribuita tra una pluralità di attori globali, dal Medio Oriente agli Stati Uniti, passando per il Mare del Nord. Domani, le batterie dei veicoli elettrici e i magneti permanenti delle turbine eoliche ci legheranno a un cappio molto più stretto e a un solo, unico carnefice industriale: la Cina. Secondo i report ufficiali della IEA, Pechino controlla oggi oltre il 60% della raffinazione mondiale del litio e una quota superiore al 70% per il cobalto. Di fatto, l’Occidente sta smantellando la propria filiera manifatturiera automobilistica – il cuore pulsante dell’economia di paesi come Italia e Germania – per consegnarsi chiavi in mano a un monopolio minerario e tecnologico asiatico, che controlla in modo ferreo anche le concessioni estrattive in Africa, a partire dalla martoriata Repubblica Democratica del Congo.
Ed è proprio all’inizio di questa catena di montaggio “pulita” che il racconto ecologista si scontra con la brutalità dei fatti. Nelle capitali europee si legifera su obiettivi di emissioni allo scarico pari a zero, mentre nel Sud del mondo si consuma un disastro umano e ambientale senza precedenti. Nel cosiddetto “Triangolo del Litio”, compreso tra Cile, Argentina e Bolivia, l’estrazione di una sola tonnellata di materiale richiede l’evaporazione di milioni di litri d’acqua, prosciugando le falde acquifere di territori già desertici e condannando alla fame le comunità indigene e l’agricoltura locale. Sul fronte del cobalto, le inchieste sul campo di organizzazioni indipendenti come Amnesty International continuano a documentare la realtà delle miniere artigianali congolesi, dove migliaia di individui lavorano in condizioni di semischiavitù e senza alcuna protezione. Una barbarie sociale che viene letteralmente occultata sotto il cofano delle nostre fiammanti automobili a ricarica.
C’è poi una questione puramente ingegneristica che il pensiero unico tende a liquidare con fastidio: la provenienza dell’energia elettrica. Un veicolo a batteria può essere definito ecologico solo ed esclusivamente se l’elettricità che lo muove proviene da fonti rinnovabili pulite. La realtà dei fatti e i dati Eurostat mostrano uno scenario differente. Durante i periodi di Dunkelflaute – il termine tecnico tedesco che indica l’assenza prolungata di sole e vento – le reti elettriche continentali vengono sorrette dal massiccio ritorno alle centrali a carbone e a gas naturale. L’adozione forzata della tecnologia elettrica, in assenza di un’infrastruttura di stoccaggio su scala planetaria che oggi semplicemente non esiste, non fa altro che ripulire l’aria dei centri storici delle metropoli occidentali spostando le emissioni di CO2 e di polveri sottili nelle periferie industriali o nei paesi confinanti.
Porre l’accento su questi dati macroeconomici e strutturali non significa cedere al negazionismo climatico, né tantomeno trasformarsi in lobbisti delle multinazionali del petrolio. Significa, al contrario, rivendicare il ruolo cardine del giornalismo d’inchiesta e del pensiero critico di fronte a un’operazione di marketing ideologico su scala globale. Una transizione ecologica seria, pragmatica ed efficace non può basarsi sulla fustigazione economica dei cittadini e sulla distruzione di interi settori produttivi interni. Deve passare necessariamente attraverso l’analisi dell’intero ciclo di vita dei prodotti, la neutralità tecnologica – lasciando spazio ai carburanti sintetici, ai biocarburanti e all’idrogeno – e il rispetto assoluto dei diritti umani, lungo tutta la filiera e non solo al terminale di arrivo dei nostri consumi.
Nota metodologica e fonti: I dati citati nel presente articolo sono di pubblico dominio e verificabili presso i database ufficiali dell’International Energy Agency (IEA) (Global EV Outlook e Special Report on Clean Energy Minerals), dell’ufficio statistico dell’Unione Europea Eurostat (Energy balances) e dai dossier periodici sulla tracciabilità dei materiali minerari pubblicati da Amnesty International.





La transizione green è indissolubilmente legata alla teoria che vede nell’uomo – in particolare nel suo consumo di risorse fossili (petrolio, gas e carbone) – l’imputato numero uno per l’aumento dell’anidride carbonica, causa certa della catastrofe climatica prossima ventura. Inutile far notare a questi pseudoambientalisti che l’anidride carbonica (che loro vorrebbero ridurre a zero) è un elemento fondamentale per la vita sulla Terra, non una fonte di sciagura; inutile spiegargli che il clima cambia principalmente per meccanismi naturali (variazioni nell’attività solare, modifiche cicliche del tragitto orbitale del nostro pianeta, oscillazioni dell’inclinazione e della direzione dell’asse terrestre), non per attività antropiche. Niente, non ascoltano: il cambiamento climatico è causato dall’essere umano, questa è una verità inconfutabile e chi osa metterla in discussione è un negazionista che va escluso dal consesso civile (e, dati i tempi, gli va pure bene se non viene scomunicato). Ma cosa ha indotto larga parte della comunità scientifica a fare di una sgangherata teoria una sorta di dogma? La risposta è tanto banale quanto tangibile: il denaro. Da oltre quarant’anni, la direzione univoca dei fondi pubblici alla ricerca blocca le tesi alternative; chiunque presenti dati contrari al pensiero unico ecologicamente corretto viene tagliato fuori dai finanziamenti e i suoi lavori non vengono pubblicati sulle principali riviste; gli studiosi dissenzienti, per preservare la propria carriera, sono costretti all’autocensura.
Benché l’ideologia green e il tema della riconversione energetica abbiano avuto una diffusione planetaria, la loro accettazione oggi non è più unanime. Negli Stati Uniti assistiamo a una forte reazione, in altri Paesi c’è un acceso dibattito, ma l’Unione Europea, manco a dirlo, si conferma il blocco più intransigente, rigoroso e oltranzista nell’applicazione di politiche di transizione ecologica – che di ecologico, come illustrato nell’articolo, hanno ben poco. Soprattutto, viene da chiedersi: perché l’UE ha imposto una transizione così drastica e punitiva, provocando una crisi industriale con pesanti conseguenze sulla qualità della vita della popolazione? Per rispondere a questa domanda, come per tante altre che riguardano le istituzioni europee, ci vorrebbe un esperto in psicologia criminale.