di Avv. Roberto Cassano
È alquanto anacronistico che ad oggi, dopo oltre 20 anni, si ritorni a parlare di deposito di scorie radioattive in Basilicata. Giova rinfrescare la memoria ai nostri lettori sulle vicende susseguitesi nel tempo.
Il 13 novembre 2003, un decreto del Consiglio dei Ministri (noto come “decreto Scanzano”) designò improvvisamente il comune di Scanzano Jonico, in provincia di Matera, come sito unico nazionale per lo stoccaggio delle scorie radioattive. La scelta ricadde sulla ex miniera di salgemma di Macchia di Petitto. La notizia innescò immediatamente una rivolta pacifica e spontanea della cittadinanza e dell’intera regione.
Le proteste durarono 15 giorni (dal 13 al 27 novembre 2003), bloccando strade e ferrovie. Il momento culminante si ebbe il 23 novembre con la celebre “marcia dei centomila”, che vide sfilare lungo la statale jonica decine di migliaia di persone provenienti da tutta Italia. Lo scopo di questa imponente sollevazione popolare era quello di vigilare ed opporsi a scelte calate dall’alto per scongiurare l’installazione del deposito sul territorio lucano, promuovere la tutela del territorio e dell’agricoltura, vigilare sui processi decisionali del Deposito Nazionale per lo smantellamento dei vecchi impianti.
“Ciò che accomunava tutti era la volontà di combattere un’idea distorta di sfruttamento del territorio per costruire un modello di sviluppo sociale ed economico del territorio fondato sui principi di legalità, di sostenibilità dell’ambiente e dell’utilizzo delle sue risorse.”
Bisogna evitare che il pericolo ritorni: il problema dello smaltimento delle scorie nucleari è rimasto irrisolto. Dopo oltre 20 anni dalle storiche 15 giornate di protesta civile di Scanzano, oggi la questione è di nuovo aperta. Il popolo lucano, l’ANCI e diversi sindaci appartenenti a diverse sensibilità politiche, hanno espresso un chiaro e inequivocabile NO a qualsiasi ipotesi di localizzazione del Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi nel territorio della Basilicata. Tale iniziativa rappresenta un forte segnale di unità istituzionale su una questione che supera ogni appartenenza politica e riguarda il destino dell’intero territorio regional.
La Basilicata non può e non deve essere individuata come sede di nuove servitù ambientali. Una regione che negli anni ha già sostenuto un peso rilevante sotto il profilo energetico e ambientale merita oggi investimenti, infrastrutture, sviluppo e valorizzazione delle proprie eccellenze, non decisioni che possano comprometterne l’identità e la competitività. La Basilicata è riconosciuta per la qualità delle sue produzioni agricole, per il patrimonio storico e archeologico, per i suoi borghi, per il paesaggio, per la biodiversità e per un turismo in costante crescita. Anche il solo accostamento dell’immagine della regione ad un deposito nazionale di rifiuti radioattivi rischierebbe di arrecare un danno difficilmente quantificabile alle imprese agricole, alle produzioni agroalimentari, agli operatori turistici e all’intero sistema economico lucano.
Essere vicini al popolo lucano in questo momento particolare significa sposare e assumere ogni iniziativa istituzionale affinché la Basilicata venga esclusa da qualsiasi ipotesi di localizzazione del Deposito Nazionale, promuovendo azioni ed iniziative finalizzate a costruire una posizione unitaria e condivisa considerata la rilevanza strategica della questione su tema che coinvolge il futuro della Basilicata e del futuro delle nuove generazioni che sempre più abbandonano il territorio. Questa non è una lotta di parte, ma è una battaglia per la dignità della Basilicata.
Questa Regione non può essere ricordata come la terra delle scorie, ma deve continuare ad essere la terra della storia, dell’agricoltura, della cultura, del turismo, del paesaggio, dell’innovazione e della qualità della vita. Difendere la Basilicata significa difendere il lavoro dei nostri agricoltori, la qualità delle nostre produzioni, il valore del nostro patrimonio storico e culturale e le prospettive di sviluppo delle future generazioni. Su questi temi non possono esistere divisioni politiche.




