di Luigi Cortese
C’è un nervo scoperto nel cuore dell’Europa che sta per saltare, e rischia di portarsi dietro molto più di una semplice alleanza strategica. Le parole durissime del generale Kyrylo Budanov, capo dell’intelligence militare ucraina, indirizzate alla Polonia, non sono la solita schermaglia diplomatica da archiviare in fretta. Sono un punto di non ritorno. Eppure, dalle parti di Bruxelles, l’unica risposta è un silenzio che comincia a farsi imbarazzante.
La ferita della storia e l’orgoglio di Varsavia
Per capire il peso di questo scontro bisogna guardare il calendario: 11 luglio. Per i polacchi questa data è un dolore vivo, una ferita mai rimarginata. È il giorno in cui si ricordano le decine di migliaia di civili sterminati in Volinia tra il 1943 e il 1945 per mano dei nazionalisti ucraini dell’UPA. Il problema è che la storia, a volte, si legge al contrario: se per Kiev quegli uomini oggi sono eroi nazionali da celebrare in chiave antirussa—fino al punto da intitolare loro reparti d’élite dell’esercito—per la memoria polacca restano i responsabili di un massacro.
Di fronte al passo falso di Kiev, Varsavia ha reagito come era logico aspettarsi. Ma la replica dei vertici militari ucraini è stata gelida e perentoria: Budanov ha accusato la Polonia di voler cavalcare un’escalation e ha messo in chiaro che l’Ucraina “non accetterà ultimatum da nessuno”.
Fa un certo effetto sentire questi toni rivolti a un Paese libero, democratico, membro della NATO e dell’UE. Un Paese che, dall’inizio della guerra, ha aperto le porte a milioni di profughi e ha svuotato i propri depositi di armi per difendere proprio l’Ucraina.
Se l’Europa decide di voltarsi dall’altra parte
Ma la vera anomalia in tutta questa storia non è la reazione nervosa di una nazione sotto le bombe. È l’atteggiamento dell’Unione Europea. Bruxelles, solitamente così rapida a bacchettare i governi dell’Est su ogni singola virgola legata allo Stato di diritto, oggi sembra aver scelto la via della cecità volontaria.
C’è un doppio standard evidente:
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Si fa finta di non vedere quando uno Stato membro viene minacciato politicamente da un Paese che, tra l’altro, sta chiedendo di entrare a far parte della stessa Unione.
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Si evita di toccare il tabù della memoria storica nell’Est Europa, per la paura che mostrare le ombre del nazionalismo ucraino possa incrinare il fronte comune contro Mosca.
Un precedente che costa caro
Accettare che ragioni di opportunità geopolitica garantiscano una totale immunità diplomatica, fino al punto di tollerare avvertimenti e toni perentori nei confronti di chi ha sempre teso la mano, getta un’ombra pesante sul futuro del continente. Non si può pretendere che un intero popolo sacrifichi la propria memoria storica e la propria dignità sull’altare della convenienza del momento.
Se l’Europa vuole davvero dimostrare di essere una comunità di valori, deve avere il coraggio di pretendere il rispetto per chi di quella famiglia fa già parte. Continuare a guardare altrove non farà sparire le tensioni: rischia solo di isolare Varsavia e di alimentare una profonda, e legittima, sfiducia verso un’istituzione comunitaria che preferisce non proteggere i propri membri pur di assecondare un sentimento antirussso sempre più dominante.





Come si può pensare che i vertici europei rispettino la memoria storica della nazione polacca, quando sono così privi di scrupoli da contemplare un confronto atomico con la Russia? Davvero dobbiamo credere che le classi dirigenti europee abbiano soltanto assecondato l’odio antirusso, anziché averlo deliberatamente provocato e alimentato? Ed è anche solo ipotizzabile che un club di tecnocrati – tale è quello che oggi si chiama “Europa” – diventi una comunità di valori?