di Luigi Cortese

La condanna a quasi quindici anni di carcere per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, lascia addosso una sensazione pesante, difficile da digerire. Certo, ci sono le carte dei tribunali, i tecnicismi della legge e il fatto che l’inseguimento sia avvenuto a rapina ormai conclusa. Ma dietro ai commi e alle sentenze c’è la carne viva delle persone. C’è un uomo che aveva già subito rapine violente, che ha visto la sua famiglia minacciata e che, in quel momento di terrore puro, ha perso la testa. E la domanda che rimbalza nella testa di tutti, alla fine, è sempre la stessa: dov’erano le istituzioni prima che si arrivasse a questo punto di non ritorno?

Questa condanna fa male perché non colpisce solo un uomo disperato, ma fotografa il fallimento profondo di uno Stato che sembra aver smarrito il suo compito più grande: proteggere chi lavora onestamente.

Ogni volta che succede una tragedia del genere, la politica si lancia nei soliti dibattiti su come riformare la legittima difesa, allargando o stringendo le maglie delle regole. Ma siamo onesti: non avremmo alcun bisogno di discutere di legittima difesa se lo Stato facesse semplicemente il suo dovere. Difendersi da soli non dovrebbe essere un problema del cittadino. Chi alza la serranda ogni mattina non può essere costretto a trasformarsi in sceriffo, né può vivere con l’ansia costante che una vita di sacrifici venga spazzata via in pochi minuti di terrore.

Il patto tra chi governa e chi è governato è semplice, quasi ancestrale: noi rispettiamo le regole e paghiamo le tasse, e in cambio pretendiamo sicurezza. Quando non c’è prevenzione, quando il territorio è abbandonato a se stesso e la gente comune non si sente protetta, quel patto si rompe. E il paradosso è che le leggi per punire chi delinque ci sarebbero già tutte; non servono nuove riforme altisonanti, basterebbe applicare quelle che abbiamo. Il vero cancro è l’impunità diffusa, quella giustizia lenta e fatta di sconti automatici che svuota di significato la parola “pena”.

Chi entra in casa o nel negozio di qualcuno con le armi in pugno, chi ruba e chi compie atti violenti, deve andare in carcere. E deve rimanerci, con pene esemplari e senza scorciatoie. Solo la certezza della pena può ridare un briciolo di fiducia alle persone oneste. Se passa il messaggio che rischiare conviene, che tanto le conseguenze sono minime, il sistema crolla. Ed è proprio in quel vuoto che nasce la giustizia fai-da-te: un baratro spaventoso in cui nessuno vorrebbe mai scivolare, ma che diventa l’ultima spiaggia di chi si sente completamente solo.

In tutto questo, c’è un’assurdità che per anni ha ferito il buon senso comune: l’idea che la vittima di un reato debba risarcire economicamente il criminale o la sua famiglia. Per questo, ben venga una legge che vieti una volta per tutte il pagamento di risarcimenti a chi delinque. È inaccettabile che dopo il trauma di una rapina e il calvario di un processo, si debba subire anche la beffa di dover pagare i danni a chi è venuto a minacciarti in casa tua. Non è una questione di vendetta, ma di decenza. Se decidi deliberatamente di violare la vita e i beni altrui, ti assumi le tue responsabilità. Punto.

La storia di Mario Roggero lascia un profondo senso di ingiustizia e tanta amarezza. Finché le istituzioni resteranno a guardare, scaricando sui singoli il peso della sicurezza e punendo poi con il massimo del rigore chi esasperato va oltre il limite, la ferita tra i cittadini e chi ci governa diventerà insanabile. La soluzione non è ridiscutere la legittima difesa, ma pretendere che lo Stato torni a fare lo Stato: una guida credibile, presente, capace di proteggere chi sta alle regole e di far pagare un conto salato a chi decide di calpestarle.

Se volete toccare con mano l’atmosfera di quei giorni e capire quanto questa vicenda abbia colpito la comunità locale, potete guardare questo servizio video sul caso Roggero, che racconta la solidarietà concreta e la vicinanza della gente comune al gioielliere piemontese.

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