di Oliver Budai
Nell’opera “La corporazione” di Joao Cortez Pinto, uno dei massimi esponenti della dottrina corporativa del Portogallo salazarista, troviamo una spiegazione della corporazione che segue il metodo scolastico tomista, illustrandone le cause efficiente, materiale, formale e finale.
Causa efficente
Come causa efficiente la corporazione ha la manifesta solidarietà di interessi di tutti coloro che si dedicano alla stessa attività, di tutti coloro che svolgono la stessa funzione sociale. E per questa causa, che è intrinseca alla natura umana stessa, che spinge ciascuno ad avvicinarsi al prossimo, a chi ha maggiore affinità con lui, essa si rafforza nell’identità dei problemi che tutti affrontano, nella comunità di interessi e preoccupazioni che unisce tutti. La Corporazione è un’unione che nasce dal sentimento naturale di chi ha gli stessi problemi e lo stesso destino.
Causa materiale
L’elemento materiale, in tutte le corporazioni, è costituito dall’intera categoria professionale. Ritroviamo la stessa composizione in tutte le corporazioni, da quelle antiche a quelle novecentesche. Nella corporazione novecentesca, composta in egual misura da datori di lavoro e lavoratori, così come nella corporazione medievale, dove solo i maestri, rappresentanti dell’intera categoria professionale, avevano un seggio. Questo perchè nell’economia artigianale la bottega costituiva un mondo condiviso in cui l’ambiente sociale di tutti coloro che vi lavoravano era lo stesso, dove il maestro era l’ex apprendista così come l’apprendista sarebbe diventato maestro. In virtù della categoria professionale conferita loro dai pari, i maestri erano i legittimi rappresentanti degli interessi di questi piccoli mondi che le botteghe costituivano.
Causa formale
La causa formale è l’autorità che emana dall’intero corpo professionale, che ne mantiene la coesione e ne governa il destino. È questo potere di autogovernarsi, di risolvere problemi che la riguardano soltanto, questa autonomia che lo rende uno stato nello stato, che più di ogni altra cosa è la caratteristica essenziale della Corporazione. Questo potere può essere esercitato direttamente dai membri incorporati o indirettamente tramite rappresentanti legittimi, che lo sono di diritto (come la categoria professionale dei maestri riconosciuti dai loro pari nella Corporazione medievale) o perché eletti in modo paritario (come nelle concezioni fasciste). Se l’istituzione professionale non possiede questo potere ed è governata da norme esterne o da norme decise unicamente da un gruppo ristretto che impone la propria volontà all’intero corpo professionale, allora non abbiamo a che fare con una corporazione.
Causa finale
La causa finale, ovvero il fine della corporazione, è di risolvere i problemi che affliggono il corpo professionale. Nel Medioevo, Il fine delle Corporazioni fu, evidentemente, di natura economica: la difesa dell’organismo professionale contro gli stranieri, contro il Principe, contro altre Corporazioni o contro elementi interni che turbassero il regolare esercizio dell’attività, la lealtà della concorrenza o il prestigio dell’organismo. Le preoccupazioni sociali non le venivano ancora imposte, perché la questione sociale non esisteva. Mentre nel caso del movimento corporativo tra le due guerre mondiali, ci sarà sempre un fine di natura economica, ma con un primato del fine sociale, per via della divisione tra capitale e lavoro creata dal capitalismo, in cui risposta è nascerà il nuovo(solo nella forma) corporativismo. Ancora diverso il corporativismo del secondo dopoguerra, dove fini economici e sociali si equivarranno.
Il corporativismo rappresenta quindi un patrimonio che ha attraversato i secoli e che ha saputo adattarsi, elevandole, le caratteristiche di ogni società, da Roma antica passando per il medioevo e il ‘900. Ancora oggi rappresenta l’unica alternativa possibile al capitalismo moderno (e alle sue strutture), che ha atomizzato il lavoratore rendendolo avulso da ogni legame con la sua categoria professionale e l’intera comunità nazionale.





Articolo che offre un’interessante spiegazione della corporazione alla luce della filosofia tomista.
Ma quando si parla di corporativismo è impossibile non accorgersi che a volte ci si riferisce a visioni radicalmente opposte della società e dell’economia, accomunate quasi esclusivamente dall’uso dello stesso termine. Ad esempio, nel corporativismo cattolico, le corporazioni (unioni di imprenditori e lavoratori dello stesso settore) nascono dal basso e sono concepite come corpi intermedi autonomi che lo Stato deve limitarsi a coordinare e valorizzare, senza mai assorbirli o annullarli. Al contrario, nel corporativismo fascista, le corporazioni non sono libere associazioni, ma organi pubblici imposti dall’alto come strumenti di controllo politico e burocratico. Di conseguenza, mentre il modello cattolico si fonda sul diritto naturale, cerca la collaborazione tra le classi nel rispetto del pluralismo e ha come scopo il benessere sia materiale che spirituale dell’essere umano, quello fascista deifica lo Stato, azzera ogni dialettica sociale e finalizza l’intera produzione economica all’accrescimento della potenza della nazione.
Può il corporativismo, depurato dalle sue scorie autoritarie e stataliste, essere un’alternativa radicale (non fittizia, come la cogestione tedesca) al capitalismo? Sì, ma solo se si capisce che questo modello richiede una mutazione antropologica profonda: all’homo economicus imperante deve opporsi un tipo umano che non abbia come fine ultimo dell’esistenza l’accumulo di beni materiali o la crescita infinita del PIL, ma il perfezionamento morale, intellettuale e spirituale del singolo e della comunità.