di Luigi Cortese
Mentre a Madrid si balla sotto la pioggia di coriandoli per festeggiare la seconda Coppa del Mondo della storia spagnola, da noi il silenzio è quasi assordante. Il verdetto arrivato dallo stadio del New Jersey è una di quelle pillole amarissime da mandare giù: la Spagna batte l’Argentina 1-0 ai supplementari, si prende il mondo dopo aver già conquistato Europeo e Olimpiadi, e ci impartisce una lezione di calcio (e di programmazione) che fa male per quanto è limpida.
Perché mentre La Roja alza la coppa, l’Italia fa i conti con un incubo calcistico mai visto prima: tre Mondiali di fila guardati dal divano. Un’apocalisse sportiva certificata dall’eliminazione nei play-off contro la Bosnia. Ma smettiamola di parlare di sfortuna, di pali o di arbitri. La verità è un’altra e i numeri ce la sbattono in faccia: stiamo soffocando i nostri talenti per fare spazio a un’infinità di giocatori stranieri.
LaLiga: vincere a chilometro zero
Il trionfo dei ragazzi di Luis de la Fuente non è un miracolo e non è un caso. È il traguardo finale di una scelta precisa. LaLiga è l’unico grande campionato in Europa dove i calciatori di casa sono la netta maggioranza, rappresentando quasi il 60% dei giocatori in rosa.
In Spagna, le canteras – i settori giovanili – sono il cuore pulsante dei club, non un costo da tagliare. Ragazzi che ieri sera sembravano veterani sul prato della finale mondiale, in patria giocano titolari da quando hanno diciott’anni. Il commissario tecnico spagnolo ha l’imbarazzo della scelta: attinge a un serbatoio infinito di giovani pronti, abituati alla pressione dello stadio ogni maledetta domenica. Il controllo del gioco e la personalità mostrati in questo Mondiale sono semplicemente gli stessi che questi ragazzi mettono in campo con le maglie di club tutte le settimane.
Il deserto della Serie A: dove sono finiti gli italiani?
Se guardiamo in casa nostra, lo scenario è desolante. Sulla carta, i calciatori italiani in Serie A sono poco più del 36%. Ma la realtà della domenica è ancora più nera: quando l’arbitro fischia l’inizio, nelle formazioni titolari gli italiani non arrivano nemmeno al 29%. Abbiamo squadre intere come il Como o l’Udinese che scendono in campo senza un solo italiano tra i primi undici.
Compriamo all’estero giocatori normalissimi, di medio livello, e così facendo togliamo l’ossigeno ai nostri ragazzi. Un ventenne italiano promettente oggi non trova spazio nemmeno in una squadra che lotta per la salvezza; finisce a marcire in panchina o viene spedito in prestito in Serie C. Il risultato? Quando il CT della Nazionale deve fare le convocazioni, si gira verso la panchina e si ritrova davanti a un deserto. È costretto a inventarsi i blocchi, a chiamare giocatori che nei loro club sono riserve o comprimari.
Tre Mondiali a casa: il prezzo dell’esterofilia
Saltare il Mondiale nel 2018, nel 2022 e ora nel 2026 non è una maledizione divina. È il conto, salatissimo, che il nostro calcio sta pagando per aver preferito l’usato sicuro che arriva da fuori alla pazienza di far crescere i propri giovani. I club inseguono il risultato immediato e il colpo di mercato esotico, dimenticandosi che così stanno distruggendo le fondamenta della Nazionale.
La Spagna ci ha mostrato la strada: se vuoi una Nazionale forte, devi proteggere i tuoi giocatori nel campionato di casa. Fino a quando la Serie A preferirà essere un porto di sbarco per chiunque piuttosto che una scuola per i nostri talenti, l’Italia rimarrà questa cosa qui: una nobile decaduta, condannata a guardare gli altri festeggiare la coppa più bella.





Spesso e a torto si associa questo tema agli ambienti politici
cosiddetti di estrema destra , anche se , in verità , questo argomento fu portato all’attenzione del mondo del calcio italiano proprio agli albori del “ventennio” .
Il 2 agosto 1926 , infatti , vide la luce un documento importante per il calcio nostrano , noto come “Carta di Viareggio” , che organizzava a livello nazionale uno sport giovane e che stava diventando , anno dopo anno , sempre più famoso e praticato . Il documento , fra le altre cose , onde tutelare i giovani calciatori italiani , fissava come regola la totale chiusura agli stranieri del nostro campionato . La serrata allo straniero non fu , in relatà , immediata , ma si applicò prima una norma transitoria che fissava il numero di calciatori stranieri , per squadra , pari a due , ma uno solo , per ogni partita poteva scendere in campo e poi a partire dal 1928 la chiusura fu totale . Le squadre cittadine accusarono immediatamente il colpo , visto che giocavano in Italia , fino a quel momento , ben ventotto calciatori stranieri e le più facoltose ricorsero ai cosiddetti oriundi , o noti anche come rimpatriati . Questi erano calciatori prelevati all’estero , perlopiù in Argentina ed in Uruguai , che avevano un antenato italiano , per cui ridiventavano nuovamente e facilmente italiani . Le autorità non intervennero su questo aggiramento della regola visto che la nostra Nazionale si stava comportando bene e pochissimi anni dopo vinse , addirittura , e per ben due volte consecutive (1934 e 1938) , la coppa Rimet (così si chiamava allora quella che per noi poi sarà nota come coppa del mondo) .
A partire dal campionato 1946 – 1947 si riaprirono le porte al tesseramento degli stranieri , e visto che il cosiddetto “ventennio” si era ormai chiuso , ripartì , d’impeto e a tamburo battente , la corsa allo straniero . Questo , riportò alla luce vecchi timori , sopiti , ma mai del tutto estinti , che nel campionato italiano i calciatori stranieri stavano diventando troppi , e ciò , cosa molto più importante , a scapito di quelli nostrani (su 20 squadre che militavano in serie “A” solamente 8 scelsero di avere una rosa di calciatori solo ed esclusivamente italiani) . Così il presidente della Lega calcio , Piero Riva , nel tentativo di riorganizzare e ammodernare il calcio italiano , prese una serie di provvedimenti , tra cui il campionato di serie “A” a diciotto squadre ( era a 20 ) , come pure quello di serie “B” e la nascita del campionato di serie “C” a girone unico , non solo , ma tentò di limitare la presenza di stranieri nelle squadre di club , sia per tutelare i giocatori italiani e sia per prevenire i dissesti di bilancio e finanziari a cui andavano incontro , già da allora , alcune società calcistiche , nel tentativo di accapparrarsi i migliori campioni stranieri .
Il provvedimento vide una levata di scudi da parte delle squadre di club . Riva ricorse così al presidente della Federcalcio , Ottorino Barassi , che riprese il provvedimento del 1951 di Riva e lo ribadì , nel 1952 , con maggior forza , ma la reazione delle squadre cittadine fu di pari entità , infatti , il cosiddetto “Lodo Barassi” fu alquanto indigesto ai presidenti di quasi tutte le squadre di calcio che reagirono aprendo la “caccia” all’oriundo , e non solo , ma iniziarono a fiorire degli strani matrimoni tra calciatori stranieri e donne italiane , nozze tanto rapide quanto sospette ( facendo così si acquisiva quasi subito la cittadinanza italiana) . Barassi non si arrese e chiamò in causa la politica che agì nelle vesti di Giulio Andreotti (allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo De Gasperi) , il quale emanò un provvedimento , noto poi come “Veto Andreotti” (15 dicembre 1953) che vietava l’ingaggio e l’utilizzo di calciatori stranieri nel campionati nazionali di calcio . Il provvedimento , com’è costume nel nostro Belpaese , non fu applicato in maniera seria , ma dopo la mancata qualificazione ( la prima di quattro ) al campionato del mondo di Svezia 1958 , causata dall’Irlanda del Nord (squadra di modesto livello) , ma , soprattutto dopo l’indecorosa eliminazione , al primo girone , della fase finale della coppa del mondo di Inghilterra 1966 , da parte della Corea del Nord ( vedi il mio commento all’articolo di Gloria Callarelli “Italia risorgi” del 3 aprile 2026) , compagine non modesta , ma modestissima , il provvedimento di Andreotti fu ripreso ed applicato in maniera più severa . Avemmo così campionati , in ogni serie , totalmente privi di stranieri .
Nel 1980/81 , però , visto che i risultati tardavano per laurearci campioni del mondo , si aprì al tesseramento di un solo straniero per ogni squadra di serie “A” , dopo Spagna ’82 , quando vincemmo per la terza volta la coppa del mondo , si autorizzò la presenza di due stranieri a squadra e , dal 1988/89 , tre per ogni squadra .
Poi nel 1995 ci fu la cosiddetta “sentenza Bosman” , quando il calciatore belga Jean – Marc Bosman chiese ed ottenne dalla Corte europea di equiparare i calciatori professionisti a tutti i lavoratori dell’Unione e così in base al trattato di Schengen , del 1990 , ma entrato in vigore proprio nel 1995 ( nel commento all’articolo di Gloria Callarelli , sopra citato , per un refuso è riportato 1985) , costoro possono andare a lavorare in qualsiasi Stato dell’Unione .
Prima della “sentenza Bosman” in serie “A” c’erano 72 stranieri , nel primo campionato seguente alla sentenza , sempre in serie “A” , c’erano ben 146 . Attualmente il Como presenta una rosa ricchissima di stranieri , il numero degli Italiani è oscillato tra un massimo di 6 ed un minimo di 2 , ma in diverse partite la compagine lariana è scesa in campo con un numero di calciatori italiani pari a zero .
Se continueremo così altro che per quattro mondiali (Svezia 1958 , Russia 2018 , Qatar 2022 e adesso a quelli del 2026 . Se si include l’edizione del 1930 in cui l’Italia non si iscrisse , sono 5 i mondiali che abbiamo saltato ,. Che vrgogna ! E pensare che siamo quattro volte campioni del mondo ! ) , non ci qualificheremo per 6 , per 7 , per 8 e , per chi sa per quante altre volte ancora .