Di Nicola Trisciuoglio
La destra mi fa schifo… Mi ripugna nella sua essenza prima ancora che nelle sue manifestazioni contingenti; mi ripugna nella sua miseria spirituale, nella sua vocazione alla censura, nella sua brama di comando, nel suo istinto punitivo, nella sua incapacità di concepire l’Uomo al di fuori dell’ordine impartito, della disciplina imposta e della gerarchia subita.
La destra è reazione. È bigotteria travestita da morale. È paura elevata a programma politico. È l’eterna processione dei mediocri che, incapaci di persuadere, pretendono di proibire; incapaci di educare, vogliono reprimere; incapaci di comprendere l’Uomo, vogliono sorvegliarlo. La destra è negazione della libertà, della socialità e, in ultima analisi, dell’umanità.
Dietro le sue parole d’ordine — sicurezza, fermezza, disciplina — si ode sempre lo stesso lugubre rumore di chiavi, cancelli e passi cadenzati. Lo Stato che essa sogna non è la comunità degli uomini liberi, ma una caserma sterminata: un luogo nel quale ciascuno obbedisca, taccia, sospetti del vicino e domandi al potere il permesso persino di respirare. Lo squallido “ordine” della destra è il disordine dell’anima.
Il suo autoritarismo è impotenza spirituale armata. Il suo Stato di polizia è la caricatura miserabile dello Stato di diritto.
Ordine, disciplina e gerarchia, quando vengono separati dalla libertà e dalla dignità dell’Uomo, non sono virtù: sono l’antitesi di ogni spiritualismo, la negazione del diritto naturale e la tomba della responsabilità individuale. E allora sia detto con chiarezza, senza pruderie e senza ipocrisie: questa destra non mi appartiene. Questa destra mi fa schifo.
IL FASCISMO NON È DESTRA
Se devo riconoscermi in un’appartenenza culturale, non la cerco certamente nella destra… né conservatrice, nè massonica, né borghese e tanmeno poliziesca.
La cerco, consapevolmente, in quel fascismo rivoluzionario che la destra non ha mai compreso e che ha sempre cercato di imbalsamare; nel fascismo delle origini e delle ultime disperate eresie; in quello che non conserva ma sovverte, che non difende il privilegio ma lo assalta, che non adora il denaro ma lo disprezza.
Il fascismo libertario, gaudente, generoso. Il fascismo antiborghese. Il fascismo autenticamente sociale e proletario… Il fascismo immenso e rosso. Non quello dei benpensanti, dei burocrati, dei censori e degli zelanti guardiani della morale altrui. Non il fascismo ridotto a manganello, mostrina e saluto d’ordinanza dalla fantasia rachitica di qualche generale in pensione.
Non amo i generali. Non amo coloro che vorrebbero trasformare l’Italia in una caserma e gli italiani in una moltitudine di sentinelle armate, terrorizzate dal mondo e addestrate a scorgere un nemico dietro ogni porta. Non amo chi confonde l’autorità con l’autoritarismo, la forza con la violenza e la sicurezza con il diritto di sparare.
LA GRANDE MENZOGNA DELLA “DIFESA SEMPRE LEGITTIMA”
Da anni i miserabili piazzisti elettorali della destra percorrono le città, i salotti televisivi e le cloache digitali annunciando la loro nuova merce avariata: la legittima difesa senza limiti. “La difesa è sempre legittima”, urlano. È una menzogna giuridica. È una bestemmia contro il diritto. È un inganno rivolto a una società impaurita, alla quale si promette sicurezza mentre la si consegna all’arbitrio delle armi. La difesa è legittima soltanto quando è difesa. Quando il pericolo è attuale. Quando la reazione è necessaria. Quando non vi è altra possibilità concreta di salvezza. Quando esiste proporzione tra l’offesa ingiusta e il mezzo impiegato per respingerla. Fuori da questi limiti non vi è più legittima difesa.
Vi è l’illegittima difesa di cui van cianciando i miserabili straccioni della destra alla ricerca di qualche voto strappato alla paura. Vi è la vittima che pretende di trasformarsi in giudice. Vi è il cittadino che si proclama pubblico ministero. Vi è l’arma che si sostituisce al processo. Vi è la sentenza pronunciata dalla canna di una pistola. Vi è, infine, il carnefice. Difendersi è un diritto. Farsi carnefici, no. La legittima difesa è sacra proprio perché conosce un limite.
ROMA CONTRO CHICAGO
Contro Roma, città dell’anima, sta Chicago, capitale del maiale. La lotta è ancora quella indicata da Berto Ricci: fra loro, bestie progredite, e Noi, civilissimi uomini primitivi. L’America ci invade e ci avvelena con la sua civiltà senza sale, con il culto della proprietà armata, con l’idolatria del successo, con il mito del cittadino-sceriffo e con l’idea che la libertà consista nel diritto di portare una pistola e usarla prima che l’altro possa fare altrettanto.
Ma Noi non siamo l’Amerika.
Noi siamo Roma. La luce del diritto romano ha irradiato per secoli il mondo e ha fondato la nostra civiltà giuridica. Roma non concepì mai il diritto come il semplice trionfo della forza, né la giustizia come il privilegio di colui che riesce a impugnare per primo un’arma. Roma consegnò alla storia un’altra idea dell’Uomo. L’Uomo capace di affrontare il pericolo. L’Uomo capace di difendere la propria vita e quella altrui. L’Uomo che reagisce con fermezza quando non esiste altra via di salvezza.
Ma Roma non innalzò mai a virtù l’inseguimento, la punizione privata, la vendetta e il colpo esploso contro chi fugge. La civiltà comincia precisamente nel momento in cui la forza viene assoggettata al diritto. La barbarie ricomincia quando il diritto viene assoggettato alla forza.
IL CASO ROGGERO: UNA SENTENZA GIUSTA
Occorre allora parlare senza infingimenti del caso Roggero, trasformato dalla propaganda securitaria nel martirologio di una destra affamata di simboli.
Il 15 luglio 2026 la Corte di cassazione ha reso definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione. Dopo la rapina del 28 aprile 2021, i rapinatori erano usciti dal negozio e stavano fuggendo; Roggero li inseguì all’esterno e sparò diversi colpi, uccidendone due e ferendone un terzo. Nei giudizi di merito fu esclusa la legittima difesa perché, al momento degli spari, l’azione aggressiva era terminata e mancava l’attualità del pericolo.
Questa è la realtà processuale.
Il resto è teatro. Il resto è propaganda. Il resto è la consueta bancarella elettorale sulla quale la destra espone le paure dei cittadini come fossero mercanzia.
Ferma restando la drammaticità umana della vicenda; ferma restando la violenza della rapina; ferma restando la sofferenza di chi vide il proprio negozio e la propria famiglia minacciati, le sentenze pronunciate e confermate sino alla Cassazione sono giuridicamente giuste.
Il diritto non giudica le urla. Giudica i fatti.
E il fatto decisivo è uno: quando l’aggressore fugge e il pericolo è cessato, non si sta più respingendo un’offesa.
La differenza è immensa. Ed è precisamente quella differenza che la destra tenta fraudolentemente di cancellare. Perché la destra non vuole comprendere il diritto: vuole sfruttare il dolore. Non vuole spiegare i limiti della norma: vuole eccitare la folla.
Non vuole uno Stato forte: vuole una moltitudine di privati armati ai quali sussurrare che la loro paura vale più della legge.
ANCHE CHI DELINQUE È UN UOMO
Bisogna dirlo! Anche chi delinque conserva il diritto alla vita. I diritti non appartengono soltanto agli innocenti. Non appartengono soltanto ai virtuosi. Non appartengono soltanto ai santi, ai contribuenti esemplari, ai proprietari rispettabili e alle persone gradite alla maggioranza. I diritti appartengono all’Uomo in quanto Uomo.
RITORNIAMO AL CODICE ROCCO
Occorre avere il coraggio politico e giuridico di cancellare le sovrastrutture propagandistiche accumulate in questa epoca di decadenza e ritornare alla limpidezza del Codice Rocco. Non al museo delle contingenze storiche. Non alla riproposizione cieca di disposizioni incompatibili con l’ordinamento costituzionale. Ma al Codice Rocco nella sua interezza sistematica e dogmatica, nella sua architettura, nella sua severità concettuale e nella precisione della sua lingua. L’originario articolo 52 racchiudeva la legittima difesa in una formula semplice e grandiosa: “Non è punibile chi ha commesso il fatto, per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”.
Necessità. Pericolo attuale. Offesa ingiusta. Proporzione. Quattro pilastri contro la barbarie. Quattro condizioni che proteggono tanto la vittima costretta a reagire quanto la civiltà giuridica minacciata dalla vendetta. Quel nucleo originario sopravvive ancora nel primo comma dell’articolo 52, ma gli interventi successivi gli hanno sovrapposto presunzioni e formule enfatiche, sino all’introduzione di quell’avverbio “sempre” che la propaganda ha trasformato in una parola d’ordine assoluta.
È necessario liberare la norma da queste incrostazioni. Restituirla alla sua essenzialità. Ripristinare l’equilibrio perfetto della formulazione originaria.
Né resa dinanzi al criminale. Né licenza di ucciderlo. Né viltà. Né barbarie.
La legge deve proteggere senza esitazione chi è realmente costretto a difendersi.
Ma deve impedire, con eguale fermezza, che la vittima, cessato il pericolo, si trasformi in carnefice.
Questa era la grandezza del Codice Rocco: non blandiva le emozioni, non inseguiva i sondaggi, non scriveva le norme con lo sguardo rivolto alla prossima trasmissione televisiva. Costruiva categorie. Distingueva. Definiva. Poneva limiti. E il diritto vive di limiti. Senza limiti vi è soltanto la forza.
PER UN’INTERPRETAZIONE AUTENTICA E BETTIANA
Ritornare al Codice Rocco significa anche ritornare a una seria teoria dell’interpretazione. Quando parlo di interpretazione autentica, non invoco la dittatura del legislatore occasionale né l’arbitrio di una maggioranza politica che pretenda di imporre ai giudici il significato utile alla propria propaganda.
Invoco un’interpretazione autentica nel senso più alto: fedele all’identità della norma, alla sua struttura, alla sua ragione storica e alla sua collocazione nel sistema.
E quando dico interpretazione bettiana, dico esattamente il contrario del soggettivismo contemporaneo.
Emilio Betti costruì un’ermeneutica metodica e oggettiva, contraria all’attribuzione arbitraria di significati estranei al testo e fondata sulla fedeltà alla forma rappresentativa da interpretare, sulla coerenza dogmatica e sulla controllabilità del procedimento interpretativo.
Il giudice non deve creare la norma secondo il proprio sentimento.
Il politico non deve deformarla secondo il proprio tornaconto. Il giornalista non deve sostituirla con il titolo urlato. L’interprete deve ricostruire il significato dell’ordinamento, rispettandone la lingua, la struttura, la storia e la funzione.
L’interpretazione bettiana non è archeologia. Non è immobilismo. Non è culto passivo della lettera. È fedeltà all’oggetto interpretato. È responsabilità metodologica. È rifiuto dell’arbitrio.
Applicata alla legittima difesa, essa conduce a una conclusione inevitabile: non si può espungere dalla norma l’attualità del pericolo, non si può fingere necessaria una reazione punitiva e non si può dichiarare proporzionata qualsiasi violenza soltanto perché compiuta da chi, alcuni istanti prima, era stato vittima di un reato.
La norma non dice che la vittima ha sempre ragione. Dice che non è punibile chi è stato costretto dalla necessità di difendersi. La necessità non è rabbia. Non è umiliazione. Non è desiderio di vendetta. Non è volontà di impartire una lezione. Necessità significa assenza di una diversa via di salvezza. Tutto il resto è illegittima difesa.
UNO STATO FORTE NON ARMA LA PAURA
La destra ama presentarsi come custode dello Stato forte. Ma uno Stato che delega la giustizia alle armi private non è forte. È uno Stato sconfitto. Uno Stato forte previene i delitti. Protegge i cittadini. Arresta i responsabili. Raccoglie le prove. Celebra i processi. Pronuncia le sentenze. Applica le pene.
Uno Stato forte non invita il derubato a trasformarsi in boia.
Non consegna una pistola nelle mani dell’ira collettiva.
Non converte la paura in una scriminante universale.
Non dice al cittadino: “Spara, e poi troveremo una formula per assolverti”.
Lo Stato civile non arma la paura.
La governa.
Non adula l’angoscia.
La supera.
Non promette impunità.
Garantisce giustizia.
La destra, al contrario, ha bisogno della paura perché senza paura non avrebbe nulla da vendere. Ha bisogno di porte da blindare, nemici da indicare, invasioni da annunciare, emergenze da proclamare e armi da benedire. Ha bisogno di una società spaventata perché soltanto una società spaventata accetta di essere sorvegliata. E soltanto una società spaventata può credere che la libertà coincida con la facoltà di uccidere.





Premesso che la mia identità culturale non affonda le sue radici né nel fascismo né nella destra ma semmai nei movimenti popolari controrivoluzionari del XIX secolo, apprezzo vivamente il rigore argomentativo e l’indubbio spessore intellettuale dell’intervento dell’avvocato Trisciuoglio, ma mi trovo in netto disaccordo sulla valutazione del caso Roggero.
Il verdetto inflessibile che ha travolto il gioielliere piemontese si configura come un vero e proprio ammonimento di stampo repressivo, volto a terrorizzare la collettività attraverso il sacrificio del singolo. Per il nostro apparato giudiziario, che non esita a giustificare le peggiori barbarie commesse da stranieri ricorrendo a cavilli legali a dir poco grotteschi, il peccato capitale di quell’uomo è stato il rifiuto di recitare ancora una volta la parte della vittima impotente. Esasperato da una lunga scia di rapine in negozio e di assalti in casa rimasti sistematicamente impuniti, all’ennesimo sopruso ha perso la testa. Era proprio così difficile, così scandaloso riconoscergli una temporanea incapacità di intendere e volere?
La risposta delle istituzioni – al di là della vuota demagogia della destra e della farisaica adulazione della magistratura da parte della sinistra – serve a blindare un dogma intoccabile: la popolazione deve restare inerme. Se dei malviventi vi derubano o devastano la vostra proprietà, l’ordine è di non muovervi. Se abusano dei vostri cari, dovete girarvi dall’altra parte. Se vi massacrano, beh, potete sempre sporgere denuncia… Il diktat del potere è spietato: inchinatevi alla delinquenza e accettate il martirio. Per chi osa ribellarsi si spalancheranno le porte del carcere e vedrà i suoi aggressori, o i loro familiari, trasformarsi in creditori da indennizzare. Si assiste così a un ribaltamento totale dei valori, dove il criminale viene tutelato e chi reagisce al crimine viene demolito.
La condanna di Roggero è un macigno scagliato contro tutte le persone perbene: davanti alla violenza dovete rassegnarvi, non vi è concessa altra via che la sottomissione, perché lo Stato non ammette alcuna interferenza nelle sue esclusive prerogative, non tollera che tocchiate il suo monopolio dell’uso della forza. Per questo potere burocratico e cieco, le istituzioni sono tutto e l’individuo – tanto più se si tratta di un onesto cittadino – è solo uno zero sociale.