di Redazione

Affrontare una riflessione complessa sulla figura dell’intellettuale richiede, prima di tutto, una chiarezza di fondo. Quando parliamo di “intellettuale”, ci riferiamo a chi si dedica al pensiero critico, all’indagine sulla natura della società e alla ricerca di soluzioni legate alle nostre norme sociali. Constatarne la crisi oggi, tuttavia, non significa trovarsi di fronte a un fenomeno recente: come ogni declino che si rispetti, questa degenerazione parte da molto lontano.

Secondo molti, il cosiddetto “inizio della fine” coincide con il passaggio dalla cultura pre-industriale a quella industriale. Nella società pre-industriale, caratterizzata da un analfabetismo diffuso, lo studio era un privilegio per pochi. Gli studiosi dell’epoca interloquivano direttamente con l’alta aristocrazia, di cui spesso istruivano le famiglie. L’intellettuale occupava quindi una categoria a parte: era colui che formava la futura élite, colui che scontava la censura del potere, colui che aveva il monopolio della conoscenza. Con l’avvento della società industrializzata il paradigma cambia, non solo a livello economico ma anche politico e sociale. Nasce la borghesia propriamente detta; una classe che, inizialmente, ha ancora l’aristocrazia come stella polare e cerca di imitarla in tutto.

La vera frazione avviene quando la borghesia comprende che la ricchezza e la superiorità sociale non sono determinate da un titolo nobiliare, bensì dal profitto e dagli introiti. Per dirla con le parole di un noto film:

“I soldi non vi comprano solo una vita migliore, cibo migliore, macchine migliori, donne migliori. Vi rendono anche una persona migliore.”

— The Wolf of Wall Street (ma non è certo l’unico film a impartire lezioni di capitalismo).

Da quel momento, anche il più colto degli uomini non può più limitarsi a darsi valore dal punto di vista puramente culturale; deve farlo sul terreno economico. In parole povere: bisogna vendere. Per farlo, l’intellettuale si lega ai mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e, successivamente, televisione. In questo contesto, la nascita dei partiti politici gioca un ruolo fondamentale: la politica ha bisogno di “megafoni” preparati per veicolare le proprie ideologie.

Si crea così un doppio binomio: da un lato, l’intellettuale capace di rendere le masse consapevoli e portarle a prendere una posizione senza illusioni; dall’altro, l’intellettuale scollato dalla realtà che si unisce alla casta o ne crea una propria. A tal proposito, resta illuminante la riflessione di Georges Sorel, che considerava gli intellettuali come agenti corruttori della politica: abilissimi a parole, ma incapaci nei fatti. Il ‘900 ci ha così abituati a un grande controsenso: l’intellettuale che si professa “fuori dagli schemi”, ma che è perfettamente inserito nei meccanismi del potere.

Chi è oggi colui che riesce a sottrarsi al consumismo di massa? Chi è in grado di staccarsi dalla banalità dei social network? La risposta è disarmante: Nessuno.

Dimenticate i grandi pensatori che abbiamo studiato sui libri di scuola. Dimenticate i temi affrontati con profondo spirito di analisi critica e la cultura intesa come strumento di emancipazione collettiva. Oggi l’intellettuale medio è un “addetto ai lavori” nella grande azienda dei consumi: un ingranaggio vuoto che si crede superiore agli altri per la propria posizione sociale o culturale, ma che alla fine assomiglia a una macchina di lusso parcheggiata in un magazzino abbandonato.

In questa categoria, purtroppo, non mancano i “dissidenti” di facciata: figure che provano a scuotere le masse senza mai creare un vero punto di rottura, incapaci di innovare il pensiero fondamentale. Sono orfani politici che vagano di talk-show in talk-show, cercando qualcuno che li accolga. L’intellettuale contemporaneo sembra essersi trasformato in un “ambasciatore del potere”: non ha alcun interesse a rovesciare lo status quo e, se anche lo professa, lo fa solo per un tornaconto personale dettato dalla fama e dal bisogno di approvazione.

Questo scenario è il risultato antropologico di diversi fattori che hanno contribuito a un generale indebolimento mentale. In primo luogo, la velocità della comunicazione sui social ha ridotto drasticamente gli spazi per un’analisi approfondita. Il dibattito a cui assistiamo sul web e nei salotti televisivi mira alla semplificazione dei problemi piuttosto che alla loro risoluzione. In questo contesto emergono anche le contraddizioni della democrazia moderna, da sempre indecisa su criteri e meriti relativi a chi dare la parola; una confusione che ha reso difficile riconoscere il reale valore della critica e del sapere.

Tuttavia, parlare esclusivamente di “decadenza” potrebbe essere riduttivo. Piuttosto che scomparire, l’intellettuale sembra trasformarsi e adattarsi ai tempi. La vera sfida della nostra epoca, dunque, potrebbe non essere la scomparsa definitiva dei dotti, ma la loro capacità di trovare vie inedite per catturare il pubblico e stimolare un dialogo autentico. In una società in cui il sistema consumistico mostra costantemente i propri limiti, il bisogno di trovare “isole di libertà mentale” resta vivo e fondamentale, al pari del cibo e del sonno.

Fonti: Diego Fusaro e il video di Edoardo Gagliardi ‘La decadenza e la crisi degli intellettuali. Dai “dotti” moderni agli opinionisti odierni’.

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