di Nick Griffin

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran continua ad oscillare tra nuove azioni del Comandante in Capo Donald Trump e le relative contromosse iraniane, e brevi pause volte a dare “una possibilità alla diplomazia”. In questo quadro estremamente confuso emerge una costante fondamentale: dalla regione esce pochissimo petrolio; eppure, prima che il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spingesse il Presidente Trump verso la guerra, quell’area forniva oltre il 20% degli idrocarburi mondiali. Nel pieno della stagione estiva dei viaggi in auto, gli americani osservano con apprensione i prezzi alla pompa. Alcuni trovano conforto nel fatto che le fosche previsioni di vari esperti del settore petrolifero ed economico – che ipotizzavano un’impennata rapidissima e vertiginosa dei costi del petrolio e dell’energia – non si siano concretizzate nei primi mesi del conflitto.

Ciò lascia l’impressione generale che la distruzione intermittente di obiettivi militari ed energetici nel Golfo sia un problema per “loro laggiù”, ma “non per noi qui”. Un simile calcolo, tuttavia, rischia di rivelarsi del tutto errato. Diversi fattori, alcuni dei quali del tutto imprevisti, hanno contribuito ad attutire notevolmente l’impatto della chiusura dello Stretto di Hormuz causata dai blocchi contrapposti di Iran e Stati Uniti. Il rilascio di circa 2,5 milioni di barili al giorno dalle riserve petrolifere da parte degli Stati Uniti e dei loro più stretti alleati era un fatto scontato, ma l’adesione della Cina all’iniziativa, con un taglio del consumo di petrolio superiore al 20% nel giro di una notte, è stata inaspettata. Ancora più significativa è stata la decisione di revocare le sanzioni sulle forniture petrolifere provenienti dalla Russia – sia quelle già in viaggio su petroliere sia quelle derivanti dalla produzione in corso – e successivamente dall’Iran stesso.con la revoca delle sanzioni sul petrolio iraniano, Teheran ha venduto petrolio per un valore di 18 miliardi di dollari, una cifra sbalorditiva pari a due volte e mezzo il suo budget militare annuale ufficiale. Oltre agli altri fattori di mitigazione, ciò ha fatto sì che lo shock petrolifero ampiamente previsto semplicemente non si verificasse. Questa situazione favorevole per automobilisti e famiglie non potrà durare a lungo di fronte al rinnovato conflitto. La ripresa delle ostilità a metà luglio, unita all’aggravarsi e all’estendersi della crisi del blocco, prepara il terreno per uno shock dei prezzi del petrolio molto più profondo e prolungato rispetto a quello della fase iniziale della guerra. Gli ammortizzatori temporanei che avevano permesso ai mercati globali di assorbire la perdita di circa 15 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati provenienti dal Golfo Persico sono ormai in gran parte esauriti.

Le riserve strategiche e commerciali americane sono ai minimi da decenni. Le cifre ufficiali sulle giacenze residue sono fuorvianti, poiché i giacimenti naturali nella roccia non possono essere svuotati senza causare infiltrazioni di sale e acqua, mentre serbatoi e oleodotti richiedono che al loro interno rimangano ingenti quantità di petrolio per restare operativi ed evitare di pompare fanghi che danneggerebbero gli impianti di raffinazione e i motori delle automobili. La Cina ha ormai fortemente limitato l’esportazione di prodotti raffinati verso il resto dell’Asia, riducendo rapidamente in particolare le forniture di carburante per aerei. Tutto ciò nonostante la stragrande maggioranza delle petroliere partite dall’Iran, e molte di quelle salpate dagli stati arabi del Golfo durante la breve tregua, abbiano trasportato i loro carichi in Cina. Nel frattempo, la produzione petrolifera russa ha subito tagli — più che dimezzandosi, secondo alcune stime — a causa di una serie di attacchi devastanti sferrati dall’Ucraina con missili, droni e supporto di intelligence della NATO.

Già solo questi fattori renderebbero inevitabile che la ripresa del conflitto e il ripristino dei blocchi a Hormuz portino a rincari più marcati rispetto a quelli osservati all’inizio della guerra. Tuttavia, entra in gioco un nuovo elemento che minaccia di aggravare notevolmente la crisi delle forniture e dei prezzi prevista per il prossimo futuro. La dichiarazione di un blocco navale contro l’Arabia Saudita, annunciata dagli Houthi alla fine del mese scorso, introduce un secondo punto critico di strozzatura in un sistema petrolifero globale già sotto pressione. Lo stretto di Bab el-Mandeb, all’ingresso meridionale del Mar Rosso, ha rappresentato la principale via alternativa per il greggio saudita, consentendo di aggirare lo stretto di Hormuz (attualmente soggetto a interruzioni) grazie al dirottamento di diversi milioni di barili al giorno attraverso l’oleodotto Est-Ovest (Petroline) verso porti del Mar Rosso come Yanbu. Da lì, il flusso è stato diretto verso sud attraverso lo stretto di Bab el-Mandeb.

…verso i mercati asiatici o verso nord attraverso il Canale di Suez. Minacciando o bloccando questa rotta, gli Houthi chiudono di fatto la principale valvola di sfogo marittima rimasta per le forniture del Golfo, costringendo gli esportatori a deviazioni molto più lunghe e costose attorno al Capo di Buona Speranza. Le superpetroliere a pieno carico non possono nemmeno transitare per il Canale di Suez, limitando così il volume che può essere dirottato verso nord. La deviazione attorno all’Africa allunga di settimane i tempi di navigazione e comporta milioni di dollari di costi aggiuntivi per ogni spedizione. Oltre 3 milioni di barili al giorno di esportazioni saudite che transitavano attraverso questo corridoio subiranno ritardi, diventeranno ancora più costose o non arriveranno affatto a destinazione.

Gli Houthi dispongono di missili in grado di distruggere completamente le petroliere nello stretto di Bab el-Mandeb. Anche attacchi di minore entità, che avrebbero danneggiato due navi, hanno provocato un immediato quadruplicamento dei premi assicurativi: per le petroliere saudite i premi sono saliti al 7% del valore del carico, rispetto allo 0,3% del periodo precedente al conflitto. Ancora più pericolosa è la minaccia rappresentata dai nuovi attacchi Houthi contro Yanbu, porto chiave sul Mar Rosso e terminale occidentale dell’oleodotto saudita Est-Ovest. A poche ore dall’annuncio del blocco, i combattenti delle tribù yemenite – veterani di guerra – hanno colpito gli impianti della Aramco sia a Yanbu che a Jizan utilizzando droni e missili da crociera e balistici. La raffineria di Jizan è un impianto grande e moderno, con una capacità di trattamento di circa 400.000 barili di greggio al giorno. Produce benzina, gasolio a bassissimo tenore di zolfo e altri prodotti.

Sono state segnalate diverse esplosioni anche nell’area di Jizan; un denso fumo nero e vasti incendi erano visibili sopra la zona industriale. Filmati geolocalizzati da organi di informazione hanno confermato la presenza di incendi presso il complesso della raffineria. Il sistema satellitare FIRMS/VIIRS della NASA per il rilevamento di incendi ha registrato diverse anomalie termiche significative (punti caldi) concentrate nel settore orientale della raffineria.

Sebbene i sistemi di difesa aerea sauditi e statunitensi siano in grado di intercettare – e di fatto intercettino – molte delle minacce in arrivo, alcune riescono a passare. Attacchi prolungati o più efficaci contro i terminali di carico e i serbatoi di stoccaggio di Yanbu comprometterebbero o ridurrebbero il flusso di petrolio lungo questa fondamentale rotta di esportazione alternativa, restringendo ulteriormente l’offerta globale in un momento in cui lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente chiuso. La chiusura totale dello stretto di Bab el-Mandeb taglierebbe un ulteriore 7% dell’offerta mondiale di petrolio, oltre al 20% già mancante a causa dei blocchi a Hormuz. Comporterebbe inoltre una riduzione del 15% del commercio marittimo globale, e una contrazione ancora maggiore del traffico mondiale di container e degli scambi tra Asia ed Europa.

Dato che i prezzi del petrolio e dell’energia a livello globale sono strettamente interconnessi, i conseguenti rincari colpiranno duramente gli automobilisti e i consumatori americani. Tuttavia, i consumatori, gli agricoltori e le industrie del resto del mondo subiranno un impatto ancora più pesante; ciò conferma la validità dell’affermazione fatta da Trump al momento della firma del primo Memorandum d’Intesa con l’Iran, secondo cui il protrarsi del conflitto avrebbe provocato una catastrofe economica nel giro di un mese. Purtroppo, quel momento di realismo è stato rapidamente sopraffatto dai bellicosi intenti di Netanyahu e della lobby sionista, come giustamente osservato dal vicepresidente JD Vance. In assenza di un nuovo accordo che rimuova i due blocchi e li mantenga tali per molti mesi, il mondo dovrà affrontare gravi carenze di petrolio, benzina, carburante per aerei, fertilizzanti e molti altri prodotti chiave, tra cui le materie plastiche. Il fatto che le popolazioni di altre nazioni nel mondo soffriranno più dei comuni cittadini americani sarà una magra consolazione e non aiuterà affatto i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato. Il tempo stringe. Fate il pieno e preparatevi a stringere la cinghia.

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