di Matias (foto fonte YouTube)

È sempre strano vedere il mainstream usare gli argomenti solo per riempire gli appositi spazi per poi, quando non ne vede più l’utilità, lasciarli in cantina a prendere la muffa.

Ma spieghiamo meglio: fino a quattro anni fa tutti parlavano del Battaglione Azov, sia nel bene che nel male (da chi li descriveva come bravi ragazzi che leggevano Kant, fino a chi li individuava come la causa dell’invasione russa… in ogni caso, teorie poco azzeccate). Dopo i fatti dell’acciaieria Azovstal questo nome non è stato più nominato, finendo di conseguenza nel dimenticatoio.

Non stupisce, infatti, che nessun “giornalone” importante (almeno in Italia, eccetto Inside Over) abbia parlato di un’intervista un po’ particolare, in cui la giornalista indipendente dell’area MAGA repubblicana, Laura Loomer, ha intervistato un ospite di nicchia: Andriy Biletsky, fondatore del Battaglione Azov, meglio conosciuto con il soprannome di “Führer bianco”.

Ma andiamo per ordine.

Chi è Laura Loomer?

Laura è una giornalista e opinionista americana appartenente alla galassia MAGA (Make America Great Again), fattasi conoscere per alcune azioni singolari: ad esempio, il 29 novembre 2018 si è incatenata simbolicamente alla sede di Twitter a New York per protestare contro la sospensione del suo account. In altre occasioni ha espresso posizioni molto radicali contro l’Islam.

E sull’Ucraina?

Riguardo a questo tema abbiamo assistito a un cambio d’opinione netto: inizialmente ha attaccato il Paese definendolo “pieno di nazisti” e descrivendo il presidente Zelensky come “un ebreo che odia se stesso” (qualsiasi cosa volesse dire).

Le cose sono cambiate quando, durante un viaggio in Ucraina per un reportage, ha visitato varie città colpite dalla guerra e ha intervistato lo stesso Zelensky. Successivamente ha incontrato anche il rabbino di Kiev, Moshe Reuven Azman, che le ha testimoniato l’arruolamento e la morte del proprio figlio adottivo per difendere l’Ucraina.

L’intervista che ci interessa maggiormente, però, è quella fatta qualche giorno fa a Biletsky. In questo faccia a faccia si affrontano vari temi: dall’origine dei primi gruppi di autodifesa nel 2014 in risposta alle rivolte filorusse (attivi particolarmente nelle zone di Kharkiv, Luhansk e Donetsk) fino alla nascita del Battaglione Azov e al suo rapido sviluppo grazie al reclutamento di numerosi volontari.

Biletsky ammette: “Già nel giugno 2014 ero al comando di Azov, che liberò Mariupol dai separatisti dopo una battaglia molto difficile… il ministro della Difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, Khakimdzyanov, fu catturato da noi… da qui parte la gloria militare di Azov, perché Mariupol è la città più grande ad essere stata liberata durante l’operazione antiterrorismo”.

Per quanto riguarda l’accusa di neonazismo ed estremismo di destra, assistiamo a un dialogo memorabile. Loomer dà la possibilità al suo ospite di fare chiarezza in merito: “Tu hai già detto di non essere un nazista, ma purtroppo ci sono molte immagini sui media che mostrano alcuni membri del Battaglione con indosso svastiche o intenti a fare il saluto hitleriano… io ti credo sulla parola, ma il marchio del gruppo è un po’ strano. Secondo me, se uno non vuole essere chiamato nazi, non dovrebbe indossare un logo che lo ricordi”. Da qui la domanda fatidica: “Pensate che ci sarà un momento in cui modificherete la toppa, in modo che la gente non pensi che siate nazisti?”.

Biletsky si giustifica dicendo: “Se parliamo di nazionalsocialismo, fascismo, ecc… la loro componente integrante è l’idea del dominio di una nazione sull’altra o del prenderne il controllo. Questo indicatore si adatta molto più alla Russia che all’Ucraina”. E poi aggiunge: “Se il Battaglione era nazista, perché l’Ucraina ha il livello più basso di atti antisemiti e xenofobi in Europa?”, ricordando che nella milizia hanno servito anche greci, caucasici, musulmani ed ebrei.

Prima di saltare a conclusioni affrettate o degne di tifoserie, bisogna analizzare i fatti in modo asettico: l’intervista è condotta molto bene e offre una panoramica storico-cronologica sulla storia di Azov e sulle vicende di guerra. Chiunque voglia approfondire questi temi vi troverà dell’ottimo materiale.

Questo non significa ignorare l’elefante nella stanza: dover chiedere al fondatore di un gruppo armato di cambiare il proprio stemma fa già da meme di per sé. La cosa ancora più strana, però, è il dover “negare” o “mistificare” per l’ennesima volta le radici ideologiche di Azov. Questa mossa, oltre a essere un po’ comica, è anche controproducente: se non ha funzionato in passato, perché dovrebbe farlo in futuro?

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