di Luigi Cortese

Negli ultimi mesi, il panorama politico e mediatico italiano ha assistito all’ascesa delle azioni dimostrative di Matteo Hallissey, esponente politico che ha fatto dell’applicazione integrale della Direttiva Bolkestein la propria personalissima battaglia. Tra blitz in riva al mare, ombrelloni piantati a favore di telecamera e video virali, la sua campagna promette ai cittadini un modello di concorrenza ideale, sventolando lo spauracchio del “caro vacanze” e dipingendo le aste europee come l’unica ricetta per abbattere i costi dei servizi. Tuttavia, come spesso emerge dai resoconti della stampa di opposizione — da ultimo l’articolo pubblicato dal quotidiano Domani — questa narrazione poggia su una premessa economica fallace: l’idea che la liberalizzazione selvaggia e l’ingresso dei grandi capitali privati portino automaticamente a un risparmio per gli utenti.

Il modus operandi di Hallissey non cerca il confronto istituzionale né la costruzione di soluzioni equilibrate. Attraverso incursioni mediatiche studiate per creare lo scontro diretto, la sua narrazione finisce per criminalizzare indistintamente un’intera categoria, dipingendo i gestori degli stabilimenti balneari come una casta di privilegiati intoccabili. Si tratta di una demonizzazione che ignora deliberatamente la realtà dei fatti: la stragrande maggioranza delle concessioni nel nostro Paese è mandata avanti da piccole e medie imprese a conduzione familiare. Famiglie che, per generazioni, hanno investito risparmi, lavoro e sacrifici per trasformare tratti di costa spesso abbandonati in un modello di accoglienza che tutto il mondo ci invidia. Ridurre decenni di lavoro e di presidio del territorio a una semplice “rendita di posizione” significa calpestare la storia stessa del nostro turismo.

Una delle tesi più affascinanti — e pericolose — sostenute da Hallissey e rilanciate dalle analisi del quotidiano Domani riguarda il presunto beneficio per i portafogli degli italiani: spalancare le porte alle aste pubbliche europee dovrebbe far scattare una concorrenza spietata capace di abbattere i costi di lettini e ombrelloni. Purtroppo si tratta di un’illusione smentita dalle regole base del mercato. Quando una gara pubblica viene aperta a livello europeo senza criteri di salvaguardia per le micro-imprese territoriali, l’esito non è una concorrenza virtuosa al ribasso, ma un inevitabile squilibrio finanziario.

I piccoli gestori familiari non avrebbero alcuna possibilità di reggere il confronto economico con i colossi del settore turistico, come le grandi catene alberghiere o i fondi d’investimento internazionali. Ma un grande gruppo finanziario che si aggiudica una concessione demaniale dopo un’asta al rialzo sostiene costi di acquisizione e gestione enormi. La priorità strategica di queste multinazionali non sarà mai la riduzione dei prezzi per i cittadini, bensì il rapido rientro dall’investimento e la massimizzazione dei profitti. Il risultato non sarebbe affatto una pioggia di sconti per i bagnanti, ma la nascita di veri e propri oligopoli privi di concorrenza reale, capaci di imporre tariffe ancora più alte e di spersonalizzare l’offerta turistica.

Non è un caso che i territori e le istituzioni locali stiano cercando soluzioni giuridicamente fondate per difendere le proprie comunità da questo scenario. Emblematico è il caso del progetto di legge regionale (PdL n. 133) presentato in Consiglio Regionale in Abruzzo dal consigliere Gianpaolo Lugini, una proposta normativa sostenuta con forza dagli attuali concessionari e dalle associazioni di categoria locali, oltre ad aver raccolto un deciso e aperto supporto politico da parte del movimento Forza Nuova e del suo segretario Roberto Fiore in prima persona. La proposta abruzzese si muove esattamente all’interno delle pieghe del diritto euro-unitario, sfruttando la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (tra cui la nota sentenza Ginosa e i pronunciamenti recenti sulla direttiva 2006/123/CE).

L’impianto del disegno di legge ideato da Lugini prevede che, prima di mandare le spiagge all’asta in maniera sconsiderata, la Regione effettui tramite il proprio Dipartimento competente una mappatura puntuale del litorale entro 45 giorni. Lo scopo è verificare se nel territorio esista o meno il requisito fondante della “scarsità della risorsa naturale”. Qualora lo studio accerti che non vi è scarsità di risorsa e che le concessioni non presentano un “interesse transfrontaliero certo”, la legge regionale stabilisce che i Comuni procedano alla proroga delle concessioni in essere per una durata pari a quella dei nuovi bandi, limitando le aste pubbliche alle sole aree non ancora assegnate. Un approccio pragmatico che punta a tutelare le imprese sane e storiche — escludendo solo i soggetti colpiti da cause di decadenza o reati gravi richiamati dal Codice dei Contratti Pubblici — dimostrando che difendere il lavoro italiano dal dogma della liberalizzazione selvaggia è una scelta non solo doverosa, ma anche giuridicamente percorribile.

Se la visione estremista di chi vuole applicare la Bolkestein a scatola chiusa dovesse prevalere, ignorando sia le dinamiche di mercato che iniziative di tutela territoriale come quella abruzzese, le conseguenze per il Paese sarebbero drammatiche su più livelli:

  • Scomparsa del tessuto di PMI: Mettere a gara il demanio azzerando la storia imprenditoriale locale significherebbe spingere al fallimento migliaia di micro-imprese familiari, cancellando un patrimonio di competenze e accoglienza unico.

  • Distruzione dell’indotto locale: L’impatto si estenderebbe ben oltre la battigia. Dall’artigianato ai fornitori di arredi, dalla ristorazione fino ai servizi di manutenzione, l’intera filiera subirebbe un impoverimento devastante, a differenza delle multinazionali che tendono ad accentrare profitti e forniture all’esterno.

  • Fuga di capitali e perdita identitaria: L’arrivo di colossi esteri sposterà le risorse fiscali fuori dai confini nazionali, privando Comuni e Stato delle entrate generate dal turismo locale e trasformando i litorali italiani in villaggi vacanze standardizzati e privi d’anima.

Le uscite provocatorie e i messaggi ad effetto di Matteo Hallissey, così come le inchieste del giornale Domani che vedono nelle aste europee una facile scorciatoia contro l’inflazione sotto l’ombrellone, offrono risposte semplicistiche a problemi enormemente complessi. L’Italia ha certamente bisogno di riordinare il settore e garantire trasparenza, ma questo cambiamento non può avvenire consegnando le nostre coste ai giganti della finanza. Difendere il valore del lavoro italiano, tutelare gli investimenti fatti e proteggere la piccola impresa familiare — come tenta di fare la normativa proposta in Abruzzo da Gianpaolo Lugini — rimane l’unico vero baluardo per la salvaguardia del nostro PIL e della nostra identità nazionale.

Share via
Copy link
Powered by Social Snap