di Luigi Cortese
Il caso del maxi-impianto “e-VerGREEN” nei comuni di Carisio e Santhià, in provincia di Vercelli, è l’esempio emblematico del cortocircuito tra gli obiettivi di decarbonizzazione e la salvaguardia del patrimonio agricolo italiano. La vicenda mette a nudo l’ambiguità dei partiti di governo, abili a sbandierare la difesa della “sovranità alimentare” e del Made in Italy in campagna elettorale, ma pronti a volgere lo sguardo altrove quando le grandi multinazionali dell’energia aprono i cantieri sui terreni più fertili del Paese.
L’intervento approvato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) prevede un impianto agrivoltaico da 76,6 MWp esteso su ben 108 ettari di terreno risicolo. L’area colpita non è un terreno degradato o abbandonato, ma il cuore della produzione del Riso di Baraggia Biellese e Vercellese DOP, una delle eccellenze agroalimentari più importanti d’Italia, affiancata da una maxi-stazione elettrica di Terna. Le denunce degli agricoltori locali e delle organizzazioni di categoria, tra cui Coldiretti e Confagricoltura, delineano un quadro allarmante che comprende la sottrazione di oltre 100 ettari alla coltivazione cerealicola diretta, lo sfratto dei coltivatori storici e l’impatto distruttivo su un sistema di canalizzazione idrica secolare e indispensabile per le risaie. In questo modo, il paesaggio storico del “mare a quadretti” vercellese rischia di trasformarsi in una distesa industriale speculativa.
Il tentativo del Governo di mostrare fermezza attraverso il cosiddetto Decreto Agricoltura, sbandierato per vietare i nuovi impianti fotovoltaici a terra sui terreni agricoli, si è rivelato poco più di una facciata propagandistica. Con la sentenza n. 1328/2026, il TAR Piemonte ha sbloccato definitivamente il progetto, rigettando i ricorsi dei coltivatori. Come evidenziato anche dalle analisi del settore pubblicate su pv magazine Italia, la magistratura amministrativa ha stabilito che la presenza di pannelli rialzati abbinati a colture secondarie o apicoltura consente di scavalcare i divieti sul consumo di suolo e che l’interesse pubblico alla massima diffusione delle fonti rinnovabili prevale anche nei confronti di superfici agricole di pregio.
È proprio nella gestione normativa che emerge la contraddizione dei partiti al potere. Da un lato la maggioranza rivendica norme stringenti a tutela della terra e contro il “fotovoltaico selvaggio”, dall’altro le maglie della legislazione statale restano abbastanza larghe da consentire ai ministeri centrali di rilasciare valutazioni di impatto ambientale positive per progetti d’impatto devastante. Mentre la retorica ufficiale promette la difesa della sovranità alimentare e delle eccellenze DOP, i decreti ministeriali approvano impianti da centinaia di ettari su risaie di pregio. Allo stesso tempo, la dicitura dell’agrivoltaico avanzato viene usata come “cavallo di Troia” per bypassare i divieti sui pannelli a terra e, quando i tribunali amministrativi ribaltano i vincoli ambientali, la maggioranza tace senza offrire coperture legislative risolutive.
Fingere di non vedere che la categoria dell’agrivoltaico viene utilizzata per mascherare operazioni industriali su terreni d’eccellenza è una responsabilità politica precisa. Non si può fare propaganda sui prodotti tipici e poi permettere che le infrastrutture energetiche ne smantellino le basi produttive. Il caso Carisio-Santhià dimostra che la transizione energetica, così come gestita, rischia di trasformarsi in un processo colonizzatore a danno delle economie rurali. Se i partiti di governo continueranno a ignorare queste storture e a rifugiarsi in slogan senza blindare concretamente i terreni agricoli di pregio, la green economy finirà per cancellare proprio quelle eccellenze che la politica dichiara di voler proteggere.





E’ qui presentato un caso che sottolinea le palesi contraddizioni in cui cadono i fautori dell'”economia verde”. Ma l’obiezione che essi muovono a chi evidenzia queste storture è sempre la stessa: rifiutando le soluzioni proposte dalla green economy, si favoriscono produzioni energetiche ancora più impattanti sull’ambiente (vedi l’inquinamento da idrocarburi), oppure ci si deve rassegnare alla decrescita economica e a un conseguente impoverimento della società. Ora, di fronte a questa duplice accusa è necessario smontare l’intera impalcatura del dibattito contemporaneo. I dilemmi che contrappongono lo smog industriale alla transizione ecologica, o la crescita della ricchezza alla miseria della decrescita, sono falsi dilemmi ideologici radicati nel materialismo moderno. Occorre rifiutare sia l’iper-industrialismo fossile del Novecento sia la tecnocrazia green del Ventunesimo secolo, considerandoli due facce della stessa medaglia: un sistema incentrato sull’avidità, sul consumo illimitato e sullo sradicamento dell’uomo dall’ordine naturale impresso dal Creatore.
Il primo inganno da svelare è quello di un’economia verde che si professa pulita ma che, in realtà, non fa altro che delocalizzare i propri costi umani e ambientali nei paesi più poveri per ripulire la coscienza delle metropoli opulente. Infatti, la catena globale di approvvigionamento di impianti fotovoltaici, turbine eoliche e batterie elettriche dipende strettamente dalla devastazione estrattiva di terre rare, cobalto e litio nel Sud del mondo, un processo che avvelena le falde acquifere e la salute di intere comunità, sfruttando il lavoro minorile in condizioni servili. Parallelamente, nei paesi sviluppati questo imperialismo tecnocratico cementifica le campagne con distese di silicio e acciaio, distrugge la biodiversità del suolo e altera i microclimi locali, cancellando uliveti, vigneti e colture d’eccellenza che rappresentano il vanto e l’identità di un territorio.
La seconda mistificazione da smascherare è lo spauracchio della recessione e di un impoverimento generalizzato. Questo pretesto intimidatorio crolla di fronte a una corretta definizione di benessere: la vera prosperità non coincide con l’astrazione di un PIL gonfiato dallo spreco e dall’obsolescenza programmata, non è compatibile con un modello economico fondato su debiti inestinguibili, ma si misura sulla stabilità delle famiglie, sull’autonomia delle comunità e sulla qualità duratura dei beni.
Tornando al caso menzionato nell’articolo, barattare un capitale reale, fertile e perenne (come una terra di pregio coltivata con sapienza secolare) con dei pannelli solari deteriorabili gestiti da fondi d’investimento stranieri, questo sì che è un atto di dissipazione economica! Curare la terra e difendere le tipicità locali non significa fermare il progresso, ma mettere l’economia al servizio dell’anima e del corpo della società.