di Luigi Cortese
I numeri usciti dalle urne per le suppletive in Calabria raccontano una storia lontana dai trionfalismi di queste ore. L’atteso «effetto Sassonia» che avrebbe dovuto spingere Roberto Vannacci si è fermato a mezza strada, incassando un 10% che, analizzato senza lenti da tifo, dice molto meno di quanto possa sembrare.
Il vero dato con cui fare i conti è prima di tutto quello della disaffezione: più di tre calabresi su quattro hanno scelto di restare a casa. Con un’astensione che ha superato la soglia critica del 75%, qualsiasi percentuale rischia di diventare una vittoria di pirro. A questo si aggiunge un contesto elettorale inevitabilmente falsato: in corsa c’erano appena quattro liste, di cui una praticamente figurativa. Giocare in un campo così stretto e desertificato garantisce a chiunque cifre più alte del normale, ma che non fotografano affatto un reale radicamento sul territorio.
I corsi e ricorsi della politica, d’altronde, dovrebbero insegnare qualcosa. Basti ricordare quando, alle suppletive in Veneto, Il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi toccò il 5%: un miraggio elettorale svanito alla prima prova sulle urne nazionali, dove le condizioni di partenza erano ben diverse.
Guardando la realtà per quella che è, quel 10% calabrese maturato in una bolla rischia di pesare ben poco in prospettiva. Se domani si votasse per le politiche, con tutti i partiti sulla scheda e un’affluenza ordinaria, quella stessa dote di voti faticherebbe persino a superare la soglia di sbarramento.




