di Luigi Cortese

Il rumore dei motori sui tratti autostradali, i presidi agli svincoli e le lunghe file di trattori che rallentano il traffico raccontano una rabbia esasperata. Negli ultimi giorni la protesta degli agricoltori è tornata a farsi sentire con grande forza, trovando uno dei suoi epicentri principali in Calabria. I blocchi della viabilità, da Rosarno a Firmo-Sibari e lungo le arterie della Salerno-Reggio Calabria, hanno riacceso i riflettori su una crisi strutturale che non ha mai trovato una vera soluzione.

I disagi alla circolazione, inevitabili quando le mobilitazioni raggiungono dimensioni simili, mettono in luce una questione estremamente complessa e delicata. Non ci si trova di fronte a una semplice richiesta di aiuti o sussidi, ma a un grido d’allarme per la sopravvivenza stessa di migliaia di aziende agricole che vedono azzerarsi ogni margine di guadagno.

A far scattare la scintilla è stato soprattutto il caro gasolio. Il carburante agricolo rappresenta la spesa viva più pesante per chi lavora la terra, necessario per qualunque operazione, dalla preparazione dei campi alla semina, fino alla raccolta e al trasporto dei prodotti. L’impennata del costo dei carburanti ha generato un effetto a catena devastante, trascinando verso l’alto i prezzi dei fertilizzanti, delle sementi, dell’energia elettrica usata per l’irrigazione e di tutta la logistica. Il risultato è un paradosso insostenibile: per chi lavora nei campi, il costo sostenuto per produrre un singolo chilogrammo di frutta o verdura supera quasi sempre il prezzo che viene poi riconosciuto al momento della vendita.

Se il caro gasolio rappresenta la fiammata che ha fatto divampare l’emergenza, esiste però un secondo problema, ancora più insidioso, che strangola il settore. Si tratta della concorrenza sleale dei prodotti agricoli importati dall’estero. Gli agricoltori italiani ed europei lavorano rispettando regole stringenti sulla sicurezza fitosanitaria, sul divieto di utilizzare pesticidi nocivi, sulla tutela dei lavoratori e sulla sostenibilità ambientale. Tutti vincoli sacrosanti, che però non valgono per gran parte delle merci che arrivano dai Paesi extra-europei.

Questa disparità normativa mette gli operatori stranieri in una posizione di netto favore. Possono produrre a costi stracciati e immettere sul nostro mercato merci a prezzi con cui le nostre aziende non potranno mai competere. Si tratta di una gara palesemente squilibrata, in cui si esige dai nostri produttori la massima qualità e attenzione, permettendo al contempo l’ingresso di merci coltivate senza le stesse garanzie.

La vicenda resta profondamente delicata. Se da un lato i disagi per i cittadini e per gli autotrasportatori sono reali, dall’altro occorre comprendere come la disperazione di chi protesta nasca dall’impossibilità di far quadrare i bilanci di una vita. Garantire la reciprocità delle regole sui mercati internazionali e calmierare i costi dell’energia e del carburante sono ormai passaggi obbligati. Senza interventi strutturali, il rischio non è soltanto la chiusura di tantissime realtà locali in Calabria e in tutta Italia, ma la perdita definitiva della nostra sovranità alimentare e della cura del territorio.

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