di Luigi Cortese
Immagina di svegliarti, aprire il conto online e trovare tutto fermo. Non entra, non esce. Il saldo c’è ma non è più tuo: congelato.
Non te l’aspettavi così. Un fulmine a ciel sereno? Neanche. È più come una porta che sbatte in faccia mentre stai cercando di uscire dall’incendio.
I pignoramenti dell’Agenzia delle Entrate ormai sono una macchina che non guarda in faccia nessuno. Scattano rapidi, precisi, senza un campanello d’allarme, senza chiederti se in quel conto ci sono i soldi del latte, la rata della scuola, il dentista del piccolo.
E allora sì, lo Stato recupera quello che gli spetta – ma a che prezzo?
Per molti non è giustizia: è un colpo basso. È come prendere uno che annaspa in acqua e dirgli: “Adesso nuota”, dopo avergli tolto il salvagente.
Famiglie intere si ritrovano con i risparmi bloccati, senza possibilità di pagare affitto, bollette, perfino la benzina per andare a lavorare. Ti senti colpevole anche quando sei solo povero. Ti senti sbagliato.
E se già fai fatica a tirare avanti, questo non ti salva: ti spezza.
In questo quadro, ci hanno venduto le rottamazioni del governo Meloni come la grande occasione per ricominciare. Spot ovunque, toni trionfali, la promessa del perdono fiscale.
Per tanti, però, è stata una storia raccontata bene – ma pur sempre una storia.
Perché per aderire bisogna avere Soldi. Con la “S” maiuscola. Soldi per l’anticipo, soldi per le rate. Soldi che chi ha evaso per opportunismo spesso ha.
Chi invece ha evaso per disperazione – perché non bastava per mangiare, per mandare avanti il negozio, perché la vita costava più del lavoro – quei soldi non ce li ha. E la rottamazione diventa una vetrina: guardi, ma non compri.
La verità nuda, senza trucco?
Chi aveva nascosto, ha pagato e ha ripreso la corsa.
Chi non aveva nulla, è rimasto fermo e col conto pignorato.
Lo Stato deve recuperare, certo. Le tasse sono il motore della comunità.
Ma se lo fai col manganello invece che con la mano tesa, non recuperi fiducia.
Recuperi rancore. Crei paura. E un Paese spaventato non cresce, si chiude, si ammala.
Forse serve più ascolto e meno ghiaccio.
Un fisco che distingue tra furbo e disperato.
Un sistema che permetta di pagare senza distruggere chi vuole rialzarsi.
Perché se blocchi a una famiglia anche l’ultimo euro, non stai risolvendo il problema del debito.
Lo stai moltiplicando.
E un Paese che punisce chi è in ginocchio non riscuote.
Condanna.





Nel trattare l’argomento del rapporto fisco-cittadino, l’autore dell’articolo dimostra un buonsenso raramente riscontrabile nella categoria professionale, quella dei giornalisti, alla quale appartiene. Infatti, su giornali, televisioni e social media è tutto uno sproloquiare isterico contro gli evasori, contro questi nuovi untori che minacciano il benessere del corpo sociale. Nei sermoni che si levano dai pulpiti mediatici, il fisco esce dalla politica e dall’amministrazione, e diventa una cosa sacra e inappellabile, un idolo a cui offrire sacrifici per scongiurare l’abbattersi di eventi catastrofici sulla comunità. E’ peccato grave porsi domande elementari: che fine fanno tutti i soldi che ogni anno entrano nelle casse dello Stato, tenendo conto che in Italia la pressione fiscale è pari al 42,6% del PIL? Sono ben spesi? Se li gode il debole o il potente di turno? I cittadini sono soddisfatti della qualità dei servizi (sanità, istruzione, sicurezza ecc.) che con il pagamento delle imposte sono obbligati a finanziare? Non sarà che più si tassa e più crescono ingiustizia e povertà? E, ricollegandomi a un commento dell’articolo precedente, non sarà che il sistema tributario progressivo, invece di gravare su chi è straricco (le multinazionali possono facilmente eludere il fisco spostando la propria sede legale all’estero), serva solo a depauperare il ceto medio produttivo?
Nel 2024, in questo benedetto Paese, le entrate tributarie sono aumentate di oltre 380 miliardi di euro… in un solo anno! Ma nessuno sembra notare che tale incremento non deriva da nuove ricchezze create, bensì da un trasferimento forzato di risorse dal settore privato a quello pubblico: una spoliazione legalizzata che viene spacciata per solidarietà. Ed è falsa pure la storiella, costantemente ripetuta, che le tasse sono alte per chi le paga proprio perché c’è chi le evade. Se tutti gli evasori pagassero il dovuto, oltre alla prevedibile chiusura di tante micro e piccole imprese (con conseguente aumento della disoccupazione), scommettiamo che non diminuirebbe neanche di un centesimo il carico fiscale per chi già adesso paga regolarmente, ma ci sarebbe solo un ulteriore aumento della spesa pubblica (che già oggi si attesta al 50,4% del PIL), con somma gioia del ceto politico, dei suoi elettori clientelari e di una straripante burocrazia?
Allora di nuovo si impone la domanda: se lo Stato ostenta povertà e ha un sempre crescente bisogno di risorse, che fine fanno le montagne di quattrini che ogni anno di più entrano nelle sue casse? In attesa che qualche giornalista detective ci sveli il mistero, i devoti allo Stato-esattore possono sempre consolarsi sapendo che è stato bloccato il conto corrente dell’idraulico che non rilascia la fattura o del barista che non batte lo scontrino.
Non ho mai fatto un mistero della mia naturale idiosincrasia verso gli USA ,
ma quando vedo certe ingiustizie in Italia , mi sovviene alla mente qualche frase famosa e , a distanza di anni , mi sorprendo e mi chiedo come mai quella frase sia venuta in mente ad un Americano ?
Quando vedo che nel nostro Paese ci sono famiglie che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena , giovani uomini che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro , uomini adulti di 40 anni o di 50 anni disoccupati che sono troppo giovani per andare in pensione e troppo vecchi per essere inseriti nel mondo del lavoro e , governi che , non solo non adeguano il fisco ai loro problemi , ma non fanno nulla di nulla per aiutarli a trovare un lavoro , ma pensano che il problema più grande in un Paese economicamente “benestante” , come l’Italia , non sia un uomo disoccupato , ma una donna a cui gli siano preclusi i posti di comando , allora , tutti questi drammatici problemi mi richiamano alla mente una frase celebre del quarantesimo presidente degli Stati Uniti che pronunciò durante il suo discorso di insediamento : ” … in this present crisis, government is not the solution to our problem : government is the problem … ”
(… in questo momento di crisi il governo non è la soluzione ai nostri problemi ; il governo è il problema … ) .
Frase estratta dal discorso d’insediamento del neopresidente USA Ronal Reagan pronunciato il primo gennaio del 1981 a Washington .